Guerra in Iran ora la soap degli Usa e Israele continua in diretta e senza sosta

Guerra in Iran ora la soap degli Usa e Israele continua in diretta e senza sosta

Ah, l’eterna danza di diplomazia e bombardamenti nello Stretto di Hormuz. Gli animi tra Iran e Stati Uniti sono saliti alle stelle, più alti dei missili che recentemente hanno colpito un sito iraniano nel sud del paese. Nel frattempo, i negoziati languono in una stasi degna di un sonnellino pomeridiano, nonostante non manchino le solite dichiarazioni di “progressi” da entrambe le parti, che però non si traducono in nulla di concreto.

Washington, con la generosità che la contraddistingue, ha intrapreso un raid “difensivo” contro postazioni di lancio missilistico e navi dedite alla posa di mine. Il comando americano in Medio Oriente non ha perso tempo a bollare l’attacco come un semplice atto di autodifesa per salvaguardare le proprie truppe; un gesto gentile, insomma, di chi pretende di giocare allo sceriffo in un territorio altrui. Ma come sempre, la versione iraniana diverge: Teheran ha parlato di “flagrante violazione” del cessate il fuoco, minacciando una risposta che ricordiamo non tarda mai a farsi sentire, soprattutto quando si tratta di proteggere il proprio orgoglio nazionale.

La logica imperscrutabile della “autodifesa”

Non è mai chiaro come un attacco preventivo richiami l’autodifesa, ma questo è il copione abituale nel copione delle superpotenze impegnate a fantasticare di mantenere la pace spargendo terrore. I missili, le mine, le navi da guerra: tutto sembra parte integrante di un gioco nervoso in cui nessuno vuole cedere, ma tutti fiancheggiano un’escalation inevitabile. Il risultato è un teatro di operazioni ove le parole si sciolgono nella polvere delle bombe.

Da un lato, Washington dichiara con disarmante spavalderia di agire per proteggere la propria presenza militare, dall’altro, Teheran promette rappresaglie e non si sente per nulla intimidita. Un déjà vu che fa sorridere amaramente, se non fosse per la drammaticità degli attori coinvolti sul palcoscenico medio-orientale.

Negoziati o semplici comparse di un copione già scritto?

Nonostante le dichiarazioni di progresso diplomatico, la realtà ci ricorda che i negoziati sono più simili a due spalle che si voltano, piuttosto che a un vero confronto. Parole di facciata, qualche incontro formale, mentre sul campo si continuano a scambiare colpi e accuse. Il teatro della diplomazia qui rappresenta una pièce tragicomica, dove ogni gesto di apertura viene subito tradito da un atto d’aggressione.

Insomma, mentre si sanciscono improbabili “clauses de paix” che non reggono neanche una giornata, si continua a mimare una volontà di dialogo che non va oltre la propaganda. È il solito altalenante gioco delle parti, dove la retorica della pace convive amichevolmente con l’arte della guerra.

Tra ipocrisia e ironia: il Medio Oriente non smette mai di stupire

L’episodio nel sud dell’Iran non è che l’ennesima prova di come il concetto di “pace” e “conflitto” in questa regione sia piuttosto flessibile, interpretato a seconda delle convenienze. I protagonisti si scambiano accuse di violazioni, mentre continuano a perpetrare azioni che rendono il cessate il fuoco una semplice parola scritta su carta pregna più di burocrazia che di realtà.

Se da un lato Washington insiste nel dipingersi come difensore della stabilità, dall’altro senso e coerenza sembrano essersi persi nel caos di dichiarazioni contraddittorie e azioni che alimentano solo l’instabilità nella regione. Un paradosso che sembra un copione sempre fresco, da riproporre in continuazione senza un vero epilogo alternativo.

Quindi come sempre, si continua a produrre missili, a innalzare muri di parole e a giocare con la polvere da sparo, perché, dopotutto, la pace dura poco e il conflitto è sempre di scena. D’altronde, chi ha tempo per il dialogo quando c’è il botto quasi assicurato?

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