È una vera corsa contro il tempo, un capolavoro di diplomatico equilibrio, assorto nelle oscure stanze dove Stati Uniti e Iran cercano di licenziare un accordo che, a sentire indiscrezioni degne di un romanzo di spionaggio, sarebbe ormai «in fase di finalizzazione». Magari. Nel frattempo, tra dichiarazioni di facciata che oscillano fra minacce di guerra e mosse amichevoli degne di un thriller politico, le due potenze continuano a contrattare sotto l’attenta, quanto sorprendente, mediazione del Pakistan. L’arte della diplomazia evidentemente ha bisogno di qualche colpo di scena.
Il presidente americano Donald Trump ci ha tenuto a rassicurare che siamo «nelle fasi finali» di questo ennesimo braccio di ferro, pur non escludendo, con una punta di minaccia ben celata, un possibile nuovo attacco imminente. Come dire: “Siamo quasi arrivati, ma se non vi piace, tanto possiamo anche sparare.” Per rendere tutto più surreale, Trump ha anche intrattenuto una «lunga e drammatica» conversazione con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. I dettagli rimangono segreti, ma il presidente statunitense ha voluto rassicurare il pubblico con la classica frase da dittatore in pectore: Netanyahu «farà quello che voglio io». Una nota di cortesia tra amici.
La rimozione delle sanzioni, un capolavoro di tempismo
Nel bel mezzo di questo teatrino internazionale, ecco la chicca: gli Stati Uniti hanno deciso di rimuovere la signora Francesca Albanese dalla lista nera delle sanzioni. Sì, proprio quella relatrice speciale delle Nazioni Unite per Cisgiordania e Gaza, che era stata presa di mira l’anno scorso per quella che a Washington pareva una gigantesca congiura di «guerra politica ed economica» contro gli Usa e il federalissimo alleato Israele. Sanzioni che includevano, tanto per gradire, un divieto d’ingresso negli Stati Uniti e il blocco dei conti bancari. Niente da ridire: la diplomazia made in Trump sa sorprendere.
E a chi si chiedeva cosa fosse successo per questa improvvisa clemenza, la risposta suona… silenziosa. Il Dipartimento del Tesoro americano, protagonista di questa gentile decisione, non ha prodigato spiegazioni ufficiali. Magari un colpo di teatro pensato da un giudice federale, che aveva temporaneamente sospeso le sanzioni ritenendole una violazione del diritto alla libertà di parola di Albanese. Insomma, Tempismo perfetto: un’innocua revoca che arriva a tempo debito, a sette giorni dal magistrato illuminato.
Non che si trattasse di niente di serio, vero? Solo una “guerra politica” secondo le sanzioni che sembravano uscite da un film di spionaggio low-cost: impedire l’accesso agli Usa e bloccare i conti bancari a chi osa esprimersi critico su certe politiche. Un modo raffinato di dire “stai zitta”. Poi, magicamente, ecco lo strappo: la signora torna “gradita”. Deliri di un sistema che ama il gioco delle parti.
La diplomazia alla velocità della luce… o almeno del chiacchiericcio
Dunque, mentre la tensione resta alta e i negoziati sembrano i colpi di scena di una telenovela internazionale, il mondo assiste al balletto di parole: voci che parlano di accordi imminenti, ma contemporaneamente timori di attacchi imminenti. Quasi un mix perfetto tra soap opera e thriller militare.
Come se non bastasse, la presenza del Pakistan a mediare questa querelle dimostra ulteriormente quanto sia bizzarra la situazione: chi avrebbe mai pensato che un Paese noto per le sue mille difficoltà interne diventasse la bussola nei giochi di potere tra Washington e Teheran? Se non fosse una questione serissima, si potrebbe quasi ridere di questa ironia. Ma no, meglio prendersi sul serio, grazie.
Alla fine, tra minacce e promesse senza impegno, telefonate “lunghe e drammatiche” e dichiarazioni enigmatiche, la sensazione è che ci aspetti un nuovo giro sul carosello delle speranze deluse e delle pretese contraddittorie. D’altronde, se si sono messi d’accordo per fine del mese, la cosa più probabile è che ci si fermi a metà strada, così da poter rimandare a data da destinarsi.



