Una infermiera di ben 79 anni, con una vitalità che farebbe impallidire anche i più giovani, si è lanciata nell’avventura epica della spedizione via terra verso Gaza. E no, non è un errore di battitura né un tentativo disperato di resuscitare la gioventù: questa coraggiosa ultranovantenne ha deciso di coinvolgere un esercito di persone per questa missione degna di un film d’azione – o di una soap opera politicamente corretta.
Non si sa ancora se la sua strategia preveda di sfondare muri burocratici o semplicemente di creare un gruppo Facebook di solidarietà, ma di certo l’intenzione è quella di trascinare una folla di anime pie, pronte a spazzar via tutto con un sorriso e una buona dose di idealismo. Ovviamente, perché affrontare un conflitto così complesso, di quelli che fanno i titoli di giornale, se non si possono coinvolgere quante più persone possibili? D’altronde, la folla rende tutto più epico (e meno efficace, ma chi ci bada?).
Il fatto che un’infermiera non più più giovane sia in prima linea in una spedizione simile è già di per sé sorprendente, ma basterebbe a far riflettere sul reale stato delle gerarchie e dei ruoli in quelle zone calde. Ma no, qui tutto sembra un grande happening della solidarietà fai-da-te, con una buona dose di ingenuità rapida a montare. E naturalmente, non si parla certo di politica o strategie, no. Solo cuore, tanta, tantissima buona volontà – e magari un po’ di incoscienza degna dei migliori film sentimentali da settimana Santa.
Una missione ambiziosa o un’operazione nostalgia?
Impensabile non chiedersi, tra una dichiarazione di altruismo e un altro selfie postato su Instagram, quale sia il vero scopo di questa missione terra-terra ma dall’eco mondiale. Da una parte ci sono sicuramente le buone intenzioni, dall’altra però balzano subito agli occhi contraddizioni e incongruenze che meriterebbero una riflessione più profonda e meno social.
Per esempio: un gruppo composto anche da settantenni in perfetta forma può sembrare una panacea per superare le difficoltà sul terreno, ma, per restare politicamente corretti, ci chiediamo quanti membri dello staff sanitario in prima linea abbiano l’energia di una nonnina entusiasta di fare la marcia. E mettiamoci pure un pizzico di sana ironia se pensiamo a come potrebbe finire tutta questa solidarietà da cartolina quando si dovrà davvero fare i conti con un ambiente ostile e complicato.
Certo, si potrebbe ribattere che si tratta di idealismo puro, di quella voglia irrefrenabile di fare qualcosa di buono in un periodo storico in cui sembra che pochissimi abbiano la decenza di farlo davvero. E allora, ben venga questa spedizione, anche se ha più che un profumo di operazione nostalgia piuttosto che di vera soluzione. D’altronde, sopravvivere al conflitto non è proprio roba da tutti i giorni, soprattutto se non si è più nei fiori degli anni.
Il realismo politico su cui nessuno osa puntare
Non è difficile immaginare come il vero mondo della politica e della diplomazia veda con un sorriso sardonico questa spedizione via terra verso Gaza. Tra trattative al vetriolo, interessi incrociati e mille carte da firmare, ci si ritrova di fronte a un quadro che neanche un romanzo di Kafka saprebbe rappresentare meglio. E allora, chi è che avrà il coraggio davvero di cambiare le cose? Forse non certo una missione di beneficenza guidata da una settantenne – per quanto ammirevole.
Il rischio è che tutta questa messa in scena di buona volontà serva più a coprire vuoti di reale responsabilità e concretezza piuttosto che a costruire qualcosa di solido. E seppur la speranza è sempre l’ultima a morire, bisognerebbe essere un po’ più preparati e un po’ meno romanticamente ingenuo. La realtà, quella vera, è un altro pianeta rispetto alle buone intenzioni e ai selfie.



