Ah, la diplomazia internazionale nel 2026: un vero spettacolo di equilibrio e buon senso. Il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir è stato gentilmente invitato a non mettere più piede in Francia. A farlo sapere, con grande spirito di moderazione, è stato il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot tramite un tweet — perché oggi ogni comunicazione seria passa da un social, ovviamente.
Motivo? Un video decisamente “educativo”, in cui il nostro caro Ben-Gvir mostrava con fierezza le (presunte) umiliazioni riservate agli attivisti arrestati della flottiglia Global Sumud, in cui lui stesso si è dilettato a fare da protagonista. Chi ha bisogno di diritti umani e buon senso quando ci sono i selfie da fare?
Jean-Noël Barrot ha spiegato, con la pacatezza che ci si aspetterebbe da un ministro, che «questa decisione segue i comportamenti inqualificabili di Ben-Gvir verso cittadini francesi ed europei» coinvolti nella flottiglia. Eppure, con un colpo di scena da applauso, ha aggiunto che il governo israeliano di cui Ben-Gvir fa parte disapprova la stessa iniziativa della flottiglia, che definisce «inutile e fonte di problemi per i servizi diplomatici e consolari». Quindi la colpa sarebbe dei malcapitati attivisti, naturalmente.
Ben-Gvir, il capro espiatorio perfetto
Ma attenzione, non facciamoci ingannare dall’ira selettiva delle cancellerie. Ben-Gvir è il bersaglio facile, il simbolo perfetto della critica internazionale da bar di periferia, ma non certo l’unico responsabile di una situazione tanto ridicola quanto tossica. Lui può anche essere il carnefice in prima fila, ma dietro c’è un sistema che abbraccia e alimenta queste dinamiche. Un vero e proprio sistema di autodistruzione diplomatico degno di un romanzo kafkiano.
Nel mondo reale, infatti, riconoscere le responsabilità diffuse significherebbe guardare oltre la facciata caricaturale di Ben-Gvir. E non sembra proprio l’atteggiamento preferito né della stampa, né tantomeno della politica europea.
Siamo amici, ma con limiti ben chiari
Entriamo nel merito delle grandi dichiarazioni da salotto europeo. Il vicepremier italiano Antonio Tajani, con l’eloquenza che lo contraddistingue, ha sentenziato: «Siamo amici di Israele, ma questo significa anche essere sinceri. Israele deve capire che c’è un limite oltre il quale non si può andare». Bella la sincerità, peccato che arrivi quando ormai i limiti sono stati superati da tempo immemore e non certo a favore di dialogo costruttivo.
Per rincarare la dose, entro maggio si profila un pacchetto di sanzioni contro i coloni estremisti israeliani. Una mossa che, sul serio, dovrebbe far dormire sonni tranquilli a tutti, giusto? Peccato che lo stesso Ben-Gvir abbia accusato l’Europa di essere una «Unione antisemita», mentre il glorioso Benjamin Netanyahu ha indignatamente parlato di una «bancarotta morale» da parte dell’Unione Europea. Insomma, la solita scena della vittima offesa e dell’accusatore sbagliato, con i riflettori sempre ben puntati nella direzione giusta… per loro.
La narrativa tossica dell’isolamento
Insomma, accostare a tutto questo un’accusa di antisemitismo è l’arma perfetta per chi vuole girare qualunque questione seria in un polverone emotivo. Una strategia che isola ancora di più Israele dalla comunità internazionale proprio quando fare un minimo di autocritica potrebbe davvero aprire qualche spiraglio.
Questa retorica, più che combattere l’odio, lo sollecita laddove non c’è, trasformando ogni critica in un attacco ad personam, e cementando un muro di incomunicabilità fatto di accuse, insulti e incomprensioni. Dove la politica si fa teatrino, la gente reale resta sempre più scettica, e a rimetterci è il senso stesso del dialogo.



