Educazione affettiva e i soliti vincoli inutili: quando il buon senso va in vacanza

Educazione affettiva e i soliti vincoli inutili: quando il buon senso va in vacanza

La polemica e i soliti proclami

Giovanni Gentile immaginava una scuola autoritaria e classista, concepita per formare e selezionare le élite dirigenti. Un modello oggi discutibile ma almeno coerente. Le attuali “riforme” invece sono un collage privo di filosofia, utili solo a far sventolare qualche straccio di identità ideologica a cuor leggero.

Il danno del cosiddetto «consenso informato»

Perché l’educazione sessuale è invece fondamentale

Affrontare i tormenti adolescenziali? Facile: basta aumentare l’offerta formativa, non aggiungere montagne di burocrazia da compilare tra un’ora di lezione e l’altra. Prendete questo esempio da un liceo della provincia di Torino, degno di una sitcom scolastica: anni fa, hanno istituito lo “sportello ginecologico” – sì, proprio così, una ginecologa dell’ospedale cittadino veniva a far visita agli studenti due ore ogni sabato mattina.

Lì i giovani si sentivano liberi di chiedere ciò che mai sarebbero stati capaci di domandare davanti a tutta la classe, da quesiti imbarazzanti come “Ma dopo la prima volta, dall’esterno si vede?” fino a richieste di informazioni sui contraccettivi. Un’idea geniale, no? Certo che sì, peccato che sia rimasta un’eccezione e continua a non essere il modello standard da adottare ovunque.

Ma la tanto declamata “innovazione” scolastica pare piuttosto voler sfornare una paginetta in più da compilare, qualche modulo che attesti il consenso delle famiglie, più che offrire veri strumenti di supporto emotivo o psicologico. Che peccato! Psicologi a disposizione degli studenti? Sportelli di ascolto per confrontarsi sulle complicatissime faccende di cuore, ormoni in subbuglio e i drammi esistenziali dell’adolescenza? Una mera utopia per il sistema scolastico italiano. E così la scuola diventa quell’inevitabile carcassa anaffettiva che tutti conosciamo, povera di risorse umane e strumenti realmente efficaci.

Se la scuola è anaffettiva

Vorrei ricordare a chi amministra il sistema scolastico che crescere non è riempire faldoni di carta né moltiplicare quei “consensi preventivi” che sembrano più una scusa per scaricare responsabilità. Offrire supporto a chi sta scavando a mani nude nel complicato universo dell’adolescenza richiede volontà, risorse e soprattutto coraggio politico.

Non basta imporre qualche obbligo, riempire dossier, o progettare iniziative che rimangono voti su una relazione di fine anno. Servono progetti individualizzati, capaci di intercettare le reali esigenze dei ragazzi, con professionisti dedicati pronti a intercettare quei dubbi, quelle paure e quelle curiosità che solo un ambiente attento può sostenere.

Ma a quanto pare, preferiamo un sistema che si riempie la bocca di parole come “affettività” e “benessere” mentre, nei fatti, continua a mantenersi distante, sterile e distaccato. Un luogo dove cresce l’apatia e dove discutere apertamente di questi temi è una specie di tabù da relegare negli anfratti di qualche progetto quasi nascosto.

Quindi avanti con le schede, i consensi, le registrazioni formali. Ma per favore, chi ha la forza di farlo, porti almeno la ginecologa del liceo della provincia di Torino in ogni scuola, e magari uno psicologo ‒ non per compilare questionari, ma per ascoltare davvero. È un’idea rivoluzionaria che sembra ancora un miraggio nella nostra allegra macchina educativa.

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