Ah, le famose “coolcation”, la nuova frontiera del viaggiare intelligente e, ovviamente, super trendy. Non è forse meraviglioso come un termine in inglese riesca a trasformare una semplice vacanza in un’occasione di autocelebrazione social? Perché, diciamolo, l’obiettivo principale non è rilassarsi o scoprire nuovi posti, ma mostrare al mondo quanto sei figo restando sempre connesso.
Il concetto è semplice e geniale nella sua ovvietà: scegli una località glamour, possibilmente meta di influencer o di qualche star del momento, e fai finta di lavorare mentre bevi cocktail in spiaggia o ti perdi tra le vie pittoresche di qualche capitale europea. È il perfetto mix tra dovere e piacere, anche se, a dirla tutta, pare più un’escursione studiata per arricchire Instagram piuttosto che il curriculum professionale.
Ma attenzione, non stiamo parlando di normali turisti: questi nuovi paladini della coolcation devono mantenere viva la narrazione del loro super impegno lavorativo lontano dall’ufficio. Evidenziano con giusta modestia le videocall sulla terrazza panoramica o le riunioni in coworking dalle scenografie impossibili, tralasciando elegantemente il fatto che, molto probabilmente, stanno contando i minuti per tuffarsi in piscina.
Il mito delle “vacanze produttive”
Naturalmente, la parola d’ordine è “produttività”. Che sia da una villa esotica o da un appartamento trendy nel centro di una città d’arte, l’importante è dimostrare che il lavoro non si ferma mai. Ma se davvero fosse così brillante un metodo del genere, non ci sarebbe bisogno di aeroporti sovraffollati e catene di hotel che lucrano su questo fenomeno di massa travestito da innovazione.
Il paradosso è che le aziende, da parte loro, sembrano accolgiere con favore questa moda delle “coolcation”, impegnandosi più nella costruzione di una facciata “smart” che nel migliorare davvero le condizioni lavorative o la qualità della vita dei dipendenti. Dopotutto, cosa importa se i lavoratori sono esausti e stressati? Basta che postino la foto perfetta con il laptop, e voilà, l’ufficio globale del futuro è servito.
Ma chi paga il conto?
Ovviamente, questa favola moderna ha risvolti economici poco chiari. Chi sostiene le spese per questi soggiorni da influencer? Imprese illuminate, lavoratori coraggiosi o semplicemente menti brillanti pronte a usare il loro canone Netflix come alibi per lavorare? Spoiler: spesso sono i dipendenti con le proprie finanze a finanziare il tanto reclamato equilibrio tra vita e lavoro, perché ormai sappiamo bene che l’equilibrio lo si cerca con la lente d’ingrandimento.
E mentre le aziende si fregiano di promuovere la digitalizzazione e la flessibilità, dimenticano di garantire strutture adeguate o un minimo di supporto reale, trasformando così la “coolcation” in una gara di resistenza sociale più che un’opportunità di sfruttamento intelligente del tempo.
Un’occasione per riderci sopra
Insomma, mentre il mondo si preoccupa di cambiamenti climatici, crisi economiche e fastidiosi problemi globali, noi possiamo almeno consolarci pensando che, in qualche modo, l’umanità riesce a reinventare con tanta classe la vacanza pagata dal portafoglio di chi lavora. Un applauso all’ingenuità di questa coolcation: la vacanza che ti stanca più del lavoro vero, ma con molto più stile.



