Diritti umani in Iran Afghanistan e Indonesia: una tragedia mondiale che nessuno sembra voler risolvere

Diritti umani in Iran Afghanistan e Indonesia: una tragedia mondiale che nessuno sembra voler risolvere

Un applauso per il teatro della repressione più spettacolare: l’Iran sta scrivendo pagine di storia con una delle più imponenti stragi di manifestanti mai viste. Gli eurodeputati, con la loro proverbiale efficacia, esprimono “solidarietà” a chi ha la pessima idea di protestare e, soprattutto, condannano con enfasi la pena di morte come “mezzo deterrente” per la mobilitazione politica, naturalmente chiedendo la sua abolizione. Per non farsi mancare nulla, deplorano le esecuzioni segrete di dissidenti, compresi minorenni, avvenute a marzo e aprile, e pretendono con forza la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici. Come se bastasse un comunicato per fermare un regime.

La democrazia europea invita poi la UE ad ampliare ulteriormente le sanzioni verso i funzionari iraniani responsabili della repressione, passando all’attacco diretto contro i membri della famigerata Guardia Rivoluzionaria Islamica (IRGC) e le loro entità collegate al Supremo Leader. Per evitare sorprese, vogliono che ai membri dell’IRGC e ai loro parenti più fidati venga negato l’accesso ai confini europei. Perfino l’idea di chiudere le missioni diplomatiche iraniane considerate complici della repressione esce con prepotenza dalla bocca degli eurodeputati, che sperano di mettere finalmente in atto tutte le sanzioni promesse. Nel frattempo, perché non fornire agli iraniani qualche gadget per un “accesso a internet sicuro”, giusto per superare il blackout impietosamente imposto?

Non manca un tocco di morale internazionale: ricordano con fare saputello la missione indipendente dell’ONU per le indagini sull’Iran, che punta il dito sull’oppressione del governo come un’autentica macchia di crimini contro l’umanità. Ovviamente, il Parlamento insiste perché quella missione venga finanziata adeguatamente. Come no. La risoluzione ha superato il voto con un comodo 516 favorevoli, 14 contrari e 39 astenuti, segno che la solidarietà si fa in fretta, ma che le azioni concrete scarseggiano.

Il grottesco scenario delle donne e ragazze in Afghanistan

Nel grande circo della giustizia talebana, il recente adozione del Codice di Procedura Penale per i tribunali ha il sapore amaro di una tragedia ripetuta. Questo documento è un manuale di persecuzione sistematica contro donne e ragazze, istituzionalizzando violazioni senza precedenti come l’apartheid di genere, la schiavitù e le pene corporali che manco nel medioevo si sognavano così severe.

Il Parlamento europeo, evidentemente afflitto dall’improvvisa compassione, esige che il governo afghano abroghi immediatamente la follia del Codice, ponga fine alle frustate pubbliche, alle esecuzioni e alle restrizioni su donne, LGBTQ+, minoranze religiose e altre “vittime” del regime. Non contenti, chiedono alle istituzioni europee un giro di vite: mandato d’arresto internazionale, sanzioni umanitarie potenziate contro i leader talebani, e una cascata di aiuti per chi combatte la fame e difende diritti umani in quella terra di libertà negata.

Si ricorda pure al Consiglio e alla Commissione europea di condannare senza mezzi termini schiavitù, apartheid di genere e matrimoni forzati di bambini, anche di spicciarla una buona volta con le formalità diplomatiche che fanno sembrare questi orrori “normali”. Nonostante tutto ciò, c’è la spiacevole nota della decisione di invitare i talebani a Bruxelles: che gesto di “normalizzazione” così… sorprendente.

La risoluzione è passata con un confortante 480 voti a favore, 5 contrari e 83 astenuti, perché anche nel Parlamento europeo qualcuno ha deciso di non sorridere all’ipocrisia.

I lunghi sospiri per i difensori dei diritti umani e ambientali in Indonesia

Ultimo atto di tristezza riguarda l’Indonesia, dove la scena si apre sui recenti attacchi con acido ai danni degli attivisti Andrie Yunus e Muhammad Rosidi, difensori dell’ambiente e dei diritti umani. Ovviamente, gli eurodeputati invitano le autorità indonesiane a indagare sul fatto e, passatemi il termine, a fare giustizia – perché certe cose in realtà sembrano ancora un optional.

Siccome il potere militare sembra essersi preso in prestito tutta la scena civile, i parlamentari chiedono una revisione urgente delle riforme legali recenti che conferiscono ai militari poteri smisurati, facilitando così la repressione di ogni opinione dissidente e il consolidamento dell’impunità. Sempre sotto i riflettori, la minaccia di ulteriori limitazioni sulla libertà di espressione con nuove leggi su disinformazione, broadcasting e cybersicurezza, così da tenere tutto ben monitorato, naturalmente.

Il solito mantra che accompagna le relazioni diplomatiche: l’Unione Europea deve alzare la voce, difendere i diritti umani, la dignità del lavoro e la tutela ambientale durante i rapporti con Jakarta, con una particolare attenzione alla drammatica situazione nella provincia di Papua e West Papua, che nessuno può più ignorare.

La risoluzione finale ha raccolto 469 voti favorevoli, 38 contrari e 62 astenuti. Un voto che incarna perfettamente quell’equilibrio tra indignazione di facciata e volontà di cambiamento reale, spesso distante anni luce dalla realtà sul terreno.

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