Vladimir Putin è arrivato a Pechino con un solo obiettivo in mente: convincere Xi Jinping a discutere di nuovo di quella che potremmo definire l’eterna incompiuta, il gasdotto Power of Siberia 2. Perché, si sa, cosa c’è di meglio di un gigante energetico russo che vuole vendere gas, soprattutto quando una scomoda guerra in Iran fa saltare i piani di approvvigionamento energetico globali? Il tutto mentre il mondo osserva e ridacchia.
Il consigliere per la politica estera del Cremlino, Yuri Ushakov, ha già fatto sapere che questo progetto da 2.600 chilometri, con la sua promessa di trasportare 50 miliardi di metri cubi di gas l’anno dai giacimenti di Yamal attraverso la Mongolia fino allo zampino cinese, verrà sviscerato nei minimi dettagli. Peccato che, come di consueto, non si sappia ancora nulla di concreto su prezzi, condizioni di pagamento e tempi di consegna. Un giochino classico da negoziatori internazionali che vogliono un accordo fatto di chiacchiere e niente fatti.
La Cina, ovviamente, vuole pagare il gas fresco a una tariffa divina, tipo quella domestica russa di 120-130 dollari per 1.000 metri cubi, mentre Mosca vorrebbe cifre più vicine a quelle del primo gasdotto Power of Siberia, che secondo gli analisti risulterebbe almeno il doppio. Ovvero: comprami ancora più caro, dai, e fai finta che ti stiano facendo un favore. Del resto, la Cina è già un cliente fedele, visto che nel primo trimestre ha aumentato del 35% le importazioni di petrolio russo. Una storia d’amore che non conosce crisi.
Questo gasdotto aggiuntivo dovrebbe affiancarsi all’esistente Power of Siberia 1 che già consegna circa 38 miliardi di metri cubi all’anno, con un’allegra promessa di espansione della capacità. Insomma, un pezzo grosso dell’energia terrestre che potrebbe rendere Pechino un fantino assolutamente indipendente dai complicati scali marittimi.
Il bluff energetico tra Hormuz e la Siberia
La guerra scoppiata a febbraio tra USA e Iran ha chiuso di fatto lo stretto di Hormuz, uno snodo vitale per metà delle importazioni petrolifere cinesi e quasi un terzo del suo LNG. La soluzione? Bolletta energetica più cara o una tubazione sul continente che aggiri quei casini marittimi? Pare ovvio, però gli esperti si tengono scettici: Pechino non sta certo per cambiare tattica, magari ha solo voglia di darsi aria da protagonista geopolitico senza rischiare troppo.
Muyu Xu, analista senior del petrolio, ci ricorda che la Cina ha già un magazzino di greggio quasi da far invidia a un piccolo stato: 1,23 miliardi di barili, abbastanza per coprire ben 92 giorni di raffinazione. E non solo, la produzione interna di gas è salita del 2,7% nei primi quattro mesi del 2026, senza contare i gasdotti dall’Asia centrale che forniscono un extra di energia oltre al sistema russo. Insomma, Pechino si tira la coperta da una parte, ma non si scopre di certo dall’altra.
Intanto, la Russia vede crollare l’export di gas verso l’Europa più o meno dal giorno in cui ha deciso di invadere l’Ucraina nel 2022, con la mitica Gazprom che ha visto le sue spedizioni scendere del 44% nell’ultimo anno, toccando il minimo storico degli ultimi decenni. Se questo non è un segnale, allora cosa lo è?
Il gasdotto Power of Siberia 2, nel suo scopo titanico, potrebbe però rivelarsi una trappola in cui Mosca si incastra da sola, diventando troppo dipendente da un unico cliente. Dall’altro lato, Pechino rischierebbe di sostituire la seccatura dello stretto di Hormuz con una dipendenza tutta russa. Ironico e perfetto.
Michael Feller, stratega capo di Geopolitical Strategy, sintetizza amaramente:
“Un accordo del genere non è solo segno di fiducia, ma una dichiarazione che la co-dipendenza è più sicura dell’alternativa. Per il resto del mondo, renderà più difficile disfare questa relazione sino-russa.”
In pratica, un matrimonio combinato energetico dove nessuno vuole tradire, ma entrambi restano incatenati a una relazione tossica. E noi tutti spettatori, a gustarci lo spettacolo mentre il mondo gira, tra terremoti geopolitici e gasdotti fantasma.



