Diciassette anni di mistero su Barbara Corvi e ora si rispolverano cartoline per cercare il suo Dna: esperti al lavoro come detective dell’ultimo minuto

Diciassette anni di mistero su Barbara Corvi e ora si rispolverano cartoline per cercare il suo Dna: esperti al lavoro come detective dell’ultimo minuto

L’inchiesta sulla misteriosa sparizione di Barbara Corvi è ufficialmente ripartita, perchè evidentemente, dodici anni di silenzio non erano abbastanza per convincerci che la verità non la vedremo mai. Era il 27 ottobre 2009 quando la donna, allora trentacinquenne, svanì senza lasciare tracce da Montecampano di Amelia. La polvere si è posata un po’ ovunque, ma nel mirino degli inquirenti torna puntualmente il marito, Roberto Lo Giudice, da sempre indicato come principale sospettato, anche se, come un vero eroe tragico, si è sempre proclamato innocente, nonché prosciolto più volte.

Perché l’indagine si risveglia proprio ora? Semplice, la Procura di Terni ha pensato bene di ricontrollare il DNA trovato su alcuni francobolli di cartoline spedite da Firenze pochi giorni dopo la scomparsa di Barbara: cartoline recapitare ai figli, firmate da lei stessa, nelle quali si legge che «stava bene» e che aveva «bisogno di stare per un po’ da sola». Insomma, un messaggio tanto rassicurante quanto misterioso, perfetto per una pièce teatrale.

L’avvocato Giulio Vasaturo, difensore delle famiglie di Barbara, ha ovviamente colto l’occasione per annunciare «straordinari progressi della biologia forense» e «promettenti spiragli di verità». Che meraviglia, di nuovo le grandi promesse scientifiche, come se la scienza fosse un pennello magico capace di ricomporre ogni puzzle con la precisione di un manuale Ikea.

Il fascicolo – riaperto circa un anno fa a seguito di un articolo investigativo – vede sotto indagine per omicidio e occultamento di cadavere sia l’ex marito, sia il suo fratello Maurizio Lo Giudice. Il procuratore Antonio Laronga non si risparmia: «Sono passati più di 16 anni dalla scomparsa ma i progressi scientifici ci permettono finalmente di effettuare nuovi accertamenti per ricostruire cosa sia accaduto». Che magnanimità: proprio ora, quando ogni possibile pista sembra essersi persa in una nebbia fitta, si rispolvera la speranza scientifica come una bacchetta magica. «Abbiamo il dovere di non lasciare nulla di intentato», prosegue rivelando l’umanitarismo della scelta.

L’accertamento si concentrerà su «materiale già presente nel fascicolo», perché leggere una documentazione vecchia di anni, ma con nuovi occhi, è sempre la mossa più innovativa. L’obiettivo è aggiungere «un ulteriore tassello alla ricostruzione della vicenda», come se i tasselli mancanti fossero anni luce dall’essere trovati.

Le obiezioni del difensore: un mare di perplessità

Nel frattempo, l’avvocato Cristiano Conte, legale difensore di Roberto Lo Giudice, mette bene in chiaro che le nuove indagini genetiche non sono proprio la panacea sperata. Fa sapere che le famigerate cartoline erano già state oggetto di analisi grafologiche in passato e che filologicamente erano state escluse come opera di Barbara, del marito, dei figli e pure di altri soggetti sospetti. Forse ha ragione: del resto, se si dovesse aprire un fascicolo ogni volta che qualcosa sembra sospetto, avremmo inchieste da riempire un’enciclopedia.

Inoltre, per chi adora i drammi mediatici, si ricorda che l’inchiesta era stata riaperta grazie a un servizio giornalistico basato sulle confessioni di un pentito, quei testimoni sempre affidabili e mai sospetti. O meglio, un pentito le cui dichiarazioni erano state già bollate come «irrilevanti e inattendibili» dalla stessa Procura di Terni e dal giudice per le indagini preliminari.

L’avvocato Conte non manca di sottolineare con ironia che chi è finito sotto accusa — tra cui Roberto Lo Giudice — è stato ampiamente scagionato negli anni, tanto dal tribunale del Riesame quanto dalla Corte di Cassazione, per finire poi anche con un’archiviazione firmata dal giudice di Terni. Insomma, una bella carrozza di no, ma la carrozza continua a girare come se avesse ancora la speranza di trasformarsi in una zucca.

Alla fine, ci troviamo davanti a un caso che sembra vivere di eterna resurrezione, grazie a nuove tecniche, nuove prove, e naturalmente a nuove ombre sul solito sospettato di sempre. Un maturarsi del dibattito che, a quanto pare, non ha ancora deciso se vuole finalmente scoprire la verità o continuare a danzare intorno a questa enigma come in un infinto gioco al gatto col topo.

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