Stati Uniti e Turchia si sono appena incrociati su un campo da calcio, ma la vera partita si giocherà fra due settimane ad Ankara, con protagonisti Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan. Il primo, dopo aver sbloccato una fornitura chiave di motori per aerei da combattimento, non ha perso occasione per elencare a modo suo i meriti del presidente turco. A quanto pare, Erdogan stava per improvvisare una guerra, ma contro chi? Contro Israele, naturalmente, e a fianco dell’Iran. Trump, nel suo raffinato stile, sostiene di avergli dato un bel calcio nel sedere fermandolo. Un’occhiata velata e mica tanto amichevole verso il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Ah, il classico gioco delle alleanze che partono e si rompono come costruzioni di carta.
Il conflitto iniziato il 28 febbraio ha solo ampliato il solco già scavato dall’assedio di Gaza. La Turchia, parola sua, sarebbe dalla parte dei palestinesi, almeno nelle dichiarazioni di facciata, mentre dietro le quinte ha fatto da freno alle azioni anti-Teheran. Tra le sue “perle”: il veto all’uso delle milizie curde presenti in Iraq che avrebbero dovuto dare una “spallata di terra” al regime iraniano. Fantascienza militare, a giudicare dagli sviluppi bellici. Comunque, questo stop ha scatenato l’ira verbale di Israele, che ha tirato fuori dal cilindro l’inevitabile carta curda contro gli ayatollah, come se fosse una partita di Risiko.
La destra religiosa israeliana, con figure come Ben Gvir e Smotrich, insieme all’ex premier Naftali Bennett, si è lanciata in un vero e proprio tiro al bersaglio, etichettando la Turchia come “prossimo Iran” e “Stato terrorista”. Piani alti e analisti navigati come Ely Karmon preferiscono una definizione più elegante: “minaccia strategica emergente”. Insomma, sintesi perfetta di quando la diplomazia si crede un thriller di spionaggio.
Chi si allea con chi? Spoiler: tutti si contraddicono
A questo punto, Roma dovrebbe farsi una domanda: dove mettersi in questa giostra di doppiezze? Il vero spettro che spaventa Israele è il temuto “disgelo” con l’Iran. Che, non si scorda mai, fino al 1979 era la loro pedina occidentale perfetta in Medio Oriente. La CIA e il Mossad lavoravano a braccetto con la famigerata SAVAK, la polizia segreta dello Scià. Ma come vanno le cose oggi? La Turchia, formalmente membro dell’Alleanza Atlantica e da quarant’anni candidata a entrare nella Unione Europea, è più legata all’Europa che mai. Fa anche parte del club dei guerrieri più corposi della NATO: ben 481 mila soldati e 2200 carri armati, mica bruscolini.
Erdogan gioca su due fronti da un quarto di secolo, con la maestria di un equilibrista ubriaco: da un lato il desiderio di integrare la Turchia nei circoli occidentali, dall’altro il ruolo di leader del mondo islamico, capace di mescolare modernizzazione economica e valori tradizionali. Peccato che il secondo fronte stia approfittando sempre di più del primo: per mettere i bastoni tra le ruote a Israele, Ankara ha stretto un blocco con Arabia Saudita e Pakistan. Questi tre moschettieri sono stati fondamentali per stoppare ogni guerra contro l’Iran. E non finisce qui, perché Erdogan ha alzato la posta difendendo l’integrità territoriale di Libano e Siria.
E qui entra in gioco la nuova pedina siriana, il presidente Ahmad al-Sharaa, che pure Trump ama presentare come sua creaturetta. Al-Sharaa rispedisce al mittente l’ennesima richiesta americana di aprire un fronte contro Hezbollah: “Non abbiamo voglia di una guerra civile libanese come quella che ci ha devastati”, ha dichiarato con il candore di chi cerca scuse per tornarsene a casa.
Nel frattempo, la Turchia va avanti con il suo orgoglio tecnologico tutto interno: il programma missilistico “Yildirim” e il caccia invisibile chiamato “Khan”. Signori, vietato sottovalutare le ambizioni di chi, in piena amicizia con Trump, potrebbe vedere il proprio sogno di grande potenza militare prendere veramente il volo.



