A partire dall’11 giugno, il glorioso Centro sociale Vittoria ha deciso di abbandonare la sua storica roccaforte di via Muratori, una reggia che ha ospitato il centro per ben 31 anni. Ma tranquilli, non si tratta di una diaspora qualsiasi: lasciare “casa nostra”, come si ostinano a chiamarla, è un evento che ha visto passare e confrontarsi un’intera schiera di attivisti e, ovviamente, pezzi sostanziali di una presunta “storia” del movimento sociale cittadino.
Un’epoca si chiude – o forse solamente si sposta –, mentre i veterani del centro si stringono nel loro mesto addio a quella che è stata la loro “bellissima sede”. Chissà se qualcuno ricorderà le infinite riunioni, le rivoluzioni promesse e le battaglie, tutte rigorosamente con un occhio al fotogenico come si conviene in questi circoli.
Naturalmente, dietro questo trasloco non c’è solo un cambio d’indirizzo: il simbolismo è potente, come sempre in queste missioni dal sapore epico. Per una che parte, chissà quante altre ne nasceranno in sparuti sotterranei. Se poi qualcuno si chiedesse cosa ne sarà del palcoscenico delle loro battaglie politiche e culturali, beh, la risposta è ovvia – continueranno là dove il disagio sociale è più fotogenico e gli echidna ideologici più affamati.
Il addio alla sede di via Muratori: un commiato epico tra nostalgia e realtà
Con trenta anni di storia alle spalle, lasciare la sede di via Muratori non è un fatto da poco. Sarebbe da fischiare chiunque volesse liquidare tutto come “spostamento fisico”. Qui si parla di una vera e propria pagina che si chiude, con le lacrime di chi vede svanire il proprio rifugio, mentre si rincorrono slogan e ricordi della “battaglia” quotidiana contro un sistema così crudele da non sapere più che pesci prendere.
Nel comunicato dell’addio si percepisce tutto il peso di questo salto nel vuoto: “Lasciamo casa nostra”, dicono. La casa di chi? Di chi si riuniva per condivide ideali che, diciamocelo, spesso rimanevano tali e non superavano mai la sfera delle belle intenzioni e dei cori da stadio amichevole.
Ma non è forse questo il bello del racconto? Un rito di passaggio tutto italiano, dove l’autocelebrazione è la colonna sonora parallela all’epopea del nulla concreto, ma pieno di entusiasmo giovanile e passioni prête-à-porter.
Cosa succederà ora? Spoiler: tutto come prima, forse peggio
Cosa riserva il futuro al Centro sociale Vittoria? Nessuno lo sa con precisione, ma è facile immaginare che non si tratterà di un’amara crisi esistenziale né tantomeno di un salto verso nuove forme di concretezza sociale. Presumibilmente, come ogni volta, si cercherà una nuova sede, possibilmente meno “bella”, ma altrettanto utile come teatro di sogni e delusioni.
L’arte del riadattamento, infatti, è la vera protagonista di queste storie: se un luogo finisce, subito si inventa un altro scenario in cui continuare a combattere (contro chi? cosa? misteri della fede politica), con gli stessi rituali, gli stessi slogan che girano a vuoto e la stessa illusione – perpetua e consolatoria – che domani potrà essere diverso.
A ben vedere, forse lasciare quello scrigno di via Muratori è la metafora perfetta di un movimento che preferisce spostare gli arredi e cambiare le insegne anziché pensare al proprio ruolo reale nella società. Insomma, la rivoluzione si fa con i traslochi, e il cammino verso il cambiamento è un corridoio infinito tra una sala riunioni e l’altra.
Un piccolo appunto infine: se qualcuno si aspettava un rinnovamento, un passaggio di testimone verso strategie più concrete, più efficaci o almeno meno stereotipate, sappia che sperare è umanamente lezioso e cinicamente ingenuo. Il copione è lo stesso, cambiano solo le pareti.



