Casino Saint-Vincent smascherato: la macchina perfetta per il riciclo di soldi sporchi

Casino Saint-Vincent smascherato: la macchina perfetta per il riciclo di soldi sporchi

Che novità sconvolgente: nel Casinò di Saint-Vincent non esisteva alcun sistema di controllo sul denaro contante scambiato con fiches o viceversa. E non parliamo di qualche piccola lacuna, ma di un cambio di cash del tutto indiscriminato e senza limiti, sia ai tavoli da gioco che alle casse. Tutto avveniva nel più totale anonimato, perché il cliente non veniva nemmeno visto grazie a uno specchio scuro retrostante al vetro della cassa. E poi, ci sarebbe pure un tetto massimo di 5.000 euro per conversione, un limite ridicolo, facilmente aggirabile, che la casa da gioco stesso aveva voluto – con ironia – vietando il cumulo delle operazioni, un divieto che ovviamente veniva violato bypassando il tutto con operazioni frammentate.

Gli attori principali di questa farsa? I giudici della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Torino – le impassibili Costanza Isabella Goria, Lucilla Raffaelli e Irene Gallesio – che hanno impiegato quasi un centinaio di pagine a spiegare perché ieri mattina il Casinò di Saint-Vincent è stato messo in amministrazione giudiziaria. Motivo? In questi ultimi anni si è trasformato in un paradiso dell’illegalità dilagante, un posto tanto allegro per i principini del riciclaggio e dello scambio illecito di valori che si spacciano per “accordi criminali”. Complimenti a tutti.

Chi doveva vigilare? Beh, non proprio.

Il teorema è così semplice che fa quasi ridere: chi doveva controllare, non l’ha fatto. Anzi, ha fatto anche peggio. Il sistema corruttivo è stato colpevolmente favorito dalla società Casinò de la Vallée Spa, che alla domanda “cos’è una politica di controllo interno?” ha probabilmente preso un caffè e ha fatto finta di niente.

Non si è mai visto un vero sistema di controlli sui dipendenti, nulla di concreto è stato fatto nemmeno dopo aver ricevuto infiniti segnali d’allarme. La stessa società ha preferito chiudere un occhio sulle malefatte, avviando una gestione da manuale del disinteresse, con comportamenti opachi che hanno svuotato le casse della casa da gioco senza che nessuno battesse ciglio.

“Ingiustificata inerzia”? Un eufemismo decoroso.

I giudici non si sono limitati al bonario “scarica barile”: parlano di una vera e propria “ingiustificata inerzia” dell’amministratore e dei suoi dirigenti. Tradotto: hanno lasciato fare.

Dietro questa impeccabile strategia del “fingere di non vedere”, l’inchiesta della Procura di Aosta e della Guardia di Finanza ha scoperchiato un sistema di riciclaggio con sequestro di milioni in contanti, patrimoni, conti correnti, immobili – sì, proprio così, immobili – per un totale di circa 5 milioni di euro. A far da attori principali, oltre trenta indagati a vario titolo per reati che spaziano dall’associazione a delinquere, all’emissione di fatture false, passando per riciclaggio, ricettazione e corruzione di pubblici ufficiali. Il sogno proibito di ogni casa da gioco, insomma.

Dipendenti senza obblighi, controlli inesistenti: la ricetta perfetta per il disastro

L’atteggiamento della società? Sostanzialmente quello di chi si limita a osservare i fuochi d’artificio senza pensare a raffreddarli. La “passiva tolleranza” ha consentito prima la diffusione e poi il radicamento di fenomeni illeciti, con dipendenti che – e qui arriva il bello – avevano obblighi di segnalazione così vaghi e innocui da risultare del tutto inefficaci.

Le segnalazioni avvenivano solo se i dipendenti si accorgevano che «il giocato era sensibilmente inferiore al cambiato» oppure se c’erano «intervalli temporali incompatibili con l’attività di gioco» tra un cambio e l’altro. Tradotto in parole povere: se qualche collega si accorgeva che qualcosa non tornava, poteva magari, forse, segnalarlo. Ma senza nessuna sanzione prevista, né alcun incentivo pratico ad aprire bocca.

Non una sorpresa quindi che la notifica di ieri abbia disposto misure forti e drastiche, tanto da dichiarare che rimuovere solo i vertici senza toccare l’intero sistema organizzativo sarebbe come ricoprire di cerotti una falla che sta inghiottendo una nave intera.

Secondo il collegio giudicante, la situazione al Casinò di Saint-Vincent non è stata un incidente di percorso o qualche sfortunato episodio isolato, ma un autentico sistema corruttivo ramificato e consolidato che ha usato il casinò come lavatrice per contanti “non dichiarati” di ogni tipo e provenienza. Un luogo perfetto per chi voleva pulire denaro sporco a suon di fiches. E pensare che qualcuno ancora parla di gioco d’azzardo come semplice svago…

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