Bosnia-Italia la fotografia impietosa del peggio che potesse capitare all’Italia

Bosnia-Italia la fotografia impietosa del peggio che potesse capitare all’Italia

Il primo impulso, lo ammetto subito, è stato premere quel fatidico tasto rosso del telecomando. Niente commenti strappalacrime, nessun replay della partita da rivedere all’infinito, né interviste commosse o analisi inutili. Come se cancellare tutto il post partita potesse magicamente far scomparire la partita stessa. «Non è mai esistita», sembra suggerire il gesto. Pura illusione, ovviamente.

L’Italia non partecipa al mondiale, punto. Eppure, guardandomi intorno, non vedo nessuno a piangere per questa débâcle. Il mio salotto, normalmente vivo di chiacchiere e tensione quando scende in campo l’azzurro, questa volta è deserto. Tutti distratti, distratti da cose più “importanti” o semplicemente apatici, svuotati di qualsiasi interesse calcistico.

La mia mente scatta indietro nel tempo, a quegli anni in cui ero ragazzo: un’eliminazione dalla Coppa del Mondo mi avrebbe straziato il cuore fino alle lacrime. Quando vedere un calciatore con la maglia della nazionale mi faceva vibrare di orgoglio vero, autentico. Quando le soste per la Nazionale erano sacre, non fastidiosi intermezzi di un campionato che, ahimè, qualcuno ha scoperto di preferire.

Ricordo quando nella rosa azzurra gli italiani erano più del 90%, non un misero 10 come oggi, e la maglia aveva un peso, un valore nazionale che non fosse solo merchandising da vendere su Twitter e Instagram. Mi sono alzato e sono andato a guardare fuori dalla finestra: città silenziosa, nessun rumore di delusione collettiva, nessun grido disperato. La mia città rumorosa, carica di passioni, continua la sua vita – indifferente, imperturbabile.

L’Italia ha fallito l’accesso al mondiale e nemmeno una crisi d’identità pubblica si scorge all’orizzonte. Prendiamoci una lunga pausa di riflessione: le cose sono cambiate radicalmente. Il calcio, che una volta era un fatto quasi sacro, oggi è pura effimera distrazione. Un pallone che rotola e nulla più, un passatempo che ha perso ogni briciolo di identità nazionale.

È davvero solo un gioco, per carità, un fenomeno superficiale, il più seguito sì ma di certo non il più amato. E ora i giovani si sentono emozionati da corridori su piste di atletica come Kimi Räikkönen, o tennisti come Jannik Sinner, o dalle prodezze dell’azzurra Sofia Goggia in discesa libera, oppure da pallavoliste come Paola Egonu. Giusto, viva chi vince. Ma tutto questo è diventato uno show “fast food”, imprese fulminee e un tanto al chilo, niente di cui sedersi a discutere per mesi.

Il calcio, d’altra parte, è diventato uno spettacolo di highlight studiati dall’angolazione più assurda possibile, il campione è un divo globale da acclamare a prescindere dalla maglia che indossa o dalla squadra su cui milita, dentro o fuori dai confini nazionali. Non è cambiato davvero il calcio, mi sono detto affacciato alla finestra, osservando la serata stranamente normale di una città insolitamente indifferente.

Ciò che è mutato, purtroppo, è lo sguardo con cui guardiamo al nostro Paese. La Nazionale di calcio, parliamo chiaro, di chi è veramente? È ancora “nostra”, condivisa da tutti e portatrice di gioie e dolori comuni? O è diventata proprietà esclusiva della Federazione Italiana Giuoco Calcios, di calciatori spesso latitanti quando c’è da sacrificarsi, di commentatori stanchi e frustrati, o peggio, dei tifosi che fischiano l’inno nazionale prima delle partite di campionato?

È quella che ha fatto piangere il Brasile al Maracanà nel 1950, o quella che oggi si accontenta di dire che un classe ’99 è “troppo giovane” mentre all’estero a diciassette anni li vedi già reggere le redini delle squadre più prestigiose? È quella che a me fa commuovere ad ogni nota dell’inno o è quella che trova normale l’assenza totale di possibili “azzurrabili” nelle partite “più importanti” del campionato nazionale?

Ecco, su questo punto mi sono sentito davvero spaesato: non so più a chi appartenga questa Nazionale. Una volta credevo fermamente che ai grandi cambiamenti storici non si potesse sfuggire: vince chi si adatta, chi allinea i conti e si allinea alle mode del momento. Forse questo calcio, così come lo vedo oggi, non è più il mio calcio. E mai più lo sarà.

O forse la delusione è semplicemente troppo grande, e il vuoto emotivo che lascia questa mancata qualificazione al mondiale ha preso il posto di quella passione che sembrava eterna.

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