Ah, i bibliotecari, quei martiri delle mille richieste, sono di nuovo in fermento. Stavolta chiedono risposte chiare—o almeno qualcosa che somigli vagamente a una spiegazione—su questioni che fanno venire i brividi anche ai più cinici esperti di burocratese. Partiamo dallo spettro inquietante delle esternalizzazioni, una parola magica che nelle nostre amministrazioni suona sempre come un incantesimo per alleggerire i costi… a spese di chi lavora.
Nel frattempo, le piccole biblioteche di quartiere, come quella di Calvairate, sono avvolte da una nebbia di incertezza. I fondi, quei bistrattati denari sempre più rari e preziosi, rischiano di prosciugarsi proprio mentre si tenta di far nascere un nuovo gigante: la famosa Biblioteca europea. Un colosso bibliotecario che dovrebbe assorbire almeno 100 nuovi lavoratori, ma sui dettagli si sa poco e niente.
Nessuno sembra molto chiaro su quando i lavori, che sembrano infiniti come i romanzi di fantascienza, potranno finalmente considerarsi conclusi. E quando arriveranno quei temutissimi 100 lavoratori, dal momento che la capacità di assunzione nelle pubbliche amministrazioni è sempre soggetta a lungaggini degne di una tragedia greca.
Il futuro nebuloso della Biblioteca europea
Immaginate un progetto mastodontico—la Biblioteca europea—presentata come la panacea per i malinconici lettori e studiosi milanesi, ma con la stessa precisione e organizzazione di un cantiere abbandonato. Tra promesse di fondi faraonici e tappe di lavoro che si spostano con la stessa agilità di una lumaca zoppa, qualcosa non torna.
Il rischio? Che le biblioteche dei quartieri, quelle più piccole e meno “glamour”, si ritrovino a dover chiudere i battenti o almeno a ridurre drasticamente i servizi. E quando si parla di cultura e accesso gratuito al sapere, tagliare quei fondi significa preparare il terreno per un deserto culturale camuffato da modernizzazione.
L’incubo delle esternalizzazioni
Parliamo poi di esternalizzazioni, quella parolina magica che nelle amministrazioni pubbliche vale come incubo eterno per i dipendenti. Invece di assumere personale, si preferisce affidare i servizi a ditte esterne, spesso con contratti al limite del grottesco, per risparmiare due spicci e scaricare responsabilità.
I bibliotecari, naturalmente, sono sul piede di guerra. Hanno capito benissimo che sotto l’ombrello “modernizzazione” si nasconde spesso il solito modo elegante di precarizzare posti di lavoro già di per sé delicati. E se la Biblioteca europea deciderà di adottare questa strategia, la qualità del servizio rischia di diventare la prima vittima sacrificale.
Quel vuoto di informazioni che fa paura
Ma cosa sappiamo davvero? Poco o nulla. Tra ritardi, silenzi e vaghe dichiarazioni, chi dovrebbe informare la cittadinanza sembra essersi dato alla latitanza. E così, mentre si costruisce un impero bibliotecario su basi instabili, le voci dei bibliotecari si fanno sempre più insistenti. Si vuole sapere, si pretende chiarezza su tempistiche, numero di assunzioni, modalità di funzionamento.
Perché, si sa, la cultura non è solo un lusso estetico da sfoggiare nei giorni di festa: è un diritto, un presidio sociale, un baluardo contro l’ignoranza. Aprire un nuovo colosso bibliotecario senza garantire un solido sistema di supporto alle realtà locali è la migliore ricetta per una bella figuraccia politica mascherata da investimento culturale.
Insomma, il progetto della Biblioteca europea si sta sempre più trasformando in una bella favola raccontata ai cittadini mentre la realtà sul campo sembra dire altro. Tra fondi che si volatilizzano, personale in bilico e lavori senza fine, non resta che aspettare gli sviluppi. Sperando che almeno questa volta il finale non sia da tragedia.



