Bentornato alieno Spielberg rispolvera gli extraterrestri perché il nostro mondo non è già abbastanza caotico

Bentornato alieno Spielberg rispolvera gli extraterrestri perché il nostro mondo non è già abbastanza caotico

Non siamo soli. O perlomeno, non lo siamo mai stati, anche se qualcuno fa ancora finta di scoprirlo solo ora, con la scusa di nuove prove che non smetteranno mai di apparire “inconfutabili”. Steven Spielberg, ormai prossimo agli 80 anni, sembra però, a giudicare dal suo entusiasmo quasi infantile, un giovane curioso affascinato dalla possibilità che il cosmo sia abitato da civiltà capaci di sfrecciare da un pianeta all’altro senza nessun filtro Anubi.

Con la stessa fervida immaginazione che lo ha spinto da ragazzo a girare il suo primo film sugli Ufo, Firelight, all’età di 17 anni, ora torna con Disclosure Day, un’opera che cerca di vestire d’autore un argomento che – guarda caso – riesce sempre a tirar fuori qualche dimenticata “evidenza”. Tra meteore, incontri ravvicinati del terzo tipo e lettere-capuccetto della NASA, il nostro caro Spielberg ci ripropone la solita storia di ufomania declinata in salsa hollywoodiana.

Il regista stesso racconta: “Ricordo che mio padre mi portò a vedere le Perseidi, quegli sciami meteorici annuali, e da lì nacque quella mia insaziabile curiosità per il cosmo e per cosa diavolo succeda lassù. Mi sono sempre chiesto se esistano civiltà così avanzate da viaggiare tra le stelle”. Fantastico, quasi poetico, peccato che questa stessa curiosità venga sempre accompagnata da un fondo di paranoia che continua a suggerire complotti governativi e segreti ultraterreni.

Del resto, ricorda ancora Spielberg, quando girò Incontri ravvicinati del terzo tipo, la NASA si oppose con grande energia, arrivando perfino a scrivergli una letteraccia di venti pagine. Immancabilmente, questa opposizione ha solo montato ancora di più la curiosità del regista, traducendola in quella sacrosanta convinzione che “se la NASA perde tempo contro il mio film, allora è segno che sotto ci deve essere qualche losco segreto”.

Ecco l’ingrediente magico: la cortina di silenzio, ovvero quell’ormai leggendario “non parliamone”, che trasformerebbe qualunque accenno su fenomeni aerei anomali in un mistero degno di una saga hollywoodiana. Anche perché, se adesso si chiamano Uap, ovvero “Fenomeni Anomali Non Identificati”, invece del più classico UFO, deve esserci per forza dell’aria nuova – o forse solo una ridipintura dell’armadietto dove bisogna mettere questi “casi”.

Disclosure Day: la solita minestra riscaldata con un tocco di militarismo

Nel 2017, racconta il nostro regista, Il New York Times pubblicò un articolo bomba su un programma segreto del Dipartimento della Difesa americano che indagava proprio su questi Uap. C’erano anche video realizzati da piloti militari, con scene aeree di incredibili oggetti misteriosi. Una trama perfetta per alimentare la caccia all’alieno, giusto?

Non manca l’ex-direttore del programma, quello che si sgola dicendo che mantenere segrete quelle prove è un’ingiustizia sull’umanità: “Chi siamo, soli nell’universo o no? Perché allora il governo ci ha nascosto la verità per decenni?”. Domanda lecita, certo, anche se la risposta è spesso solo un sospiro di circostanza condito da complottismi, come se le élite globali organizzassero una soap opera cosmica solo per intrattenerci tra un crollo finanziario e l’altro.

Nel frattempo, Disclosure Day racconta le avventure di una giornalista TV specializzata nelle previsioni meteo, Margaret Fairchild, e del dottor Daniel Kellner, esperto di cybersecurity in un’organizzazione militare-industriale chiamata Wardex che custodisce gelosamente qualsiasi testimonianza aliena dagli anni del celebre incidente di Roswell, 1947, quando addirittura si ipotizzò il recupero di cadaveri extraterrestri. Perché mica basta un missile terra-aria a mandare in tilt la fantasia popolare.

I due sono legati da un ricordo stranissimo che non riescono a decifrare, ma per scoprire cosa si nasconde – e ovviamente per aprire le porte della scatola nera del governo – dovranno rischiare tutto, compresa una brutale caccia all’uomo orchestrata dall’oscuro superiore di Daniel, Noah Scanlon, interpretato da un Colin Firth che sembra uscito da un manuale di cinica realpolitik, ossessionato da principi filosofici spiccioli e un pragmatismo da guerra fredda. Insomma, i cattivi veri sono sempre quelli con l’aria da “ragioniere del male”.

I dolori del giovane Spielberg

Insomma, Spielberg continua a coltivare la sua passione per gli alieni con la convinzione che da qualche parte, lì fuori, c’è del vero: “Durante la realizzazione di Incontri ravvicinati pensavo: che meraviglia sarebbe se tutto fosse realmente vero. Adesso, 50 anni dopo, mi chiedo quanto sarebbe bello, finalmente, sapere che tutto ciò esiste davvero”. Il problema è che questo entusiasmo infantile cozza spesso con un mercato pieno di prodotti seriali che rifanno la stessa minestra da decenni, spacciandola per rivelazione del secolo.

Ma, si sa, il pubblico scema non è mai mancato, e così la fabbrica di misteri continua a rigenerarsi di fronte a nuove foto sgranate, fantasiose testimonianze militari e sovraccarichi di segretezza governativa che, conveniamo, fanno sempre comodo a tutti. Perché se scoprissero sul serio questi segreti, chi garantirebbe poi l’industria cinematografica e gli appassionati di teorie cospirazioniste?

CIA sulla chiaroveggenza pilotata e le sperimentazioni militari con tecnologia aliena recuperata sono il menù di sempre. Ma Steven Spielberg, naturalmente, non si accontenta di una semplice scorpacciata di misteri: torna ad affacciarsi sul vecchio, caro tema della verità taciuta, quello che lo aveva già tormentato nel suo film The Post, candidato all’Oscar nel 2017.

Quel film parlava di giornalisti eroi – o presunti tali – impegnati nella battaglia per svelare i famigerati Pentagon Papers, che secondo il Dipartimento di Stato dimostravano come la guerra in Vietnam fosse un fallimento annunciato. Ora torna a chiederci: che cosa ci sta nascondendo il mondo? Spielberg vuole trascinarci, bene o male, in un viaggio dalla rivelazione clamorosa, già a partire dalla prima scena, per farci spalancare gli occhi su ciò che si cela dietro le quinte del potere.

Il film, che si chiama Disclosure Day (uscita nelle sale il 10 con Universal), ha richiesto il piccolo budget di 115 milioni di dollari ed è scritto da David Koepp, basandosi sul soggetto dell’autore stesso. Naturalmente, la speranza non è solo di fornire risposte chiave – come se fosse semplice – ma soprattutto di spronare il pubblico a farsi una montagna di domande. Spielberg si affida a una “cintura di sicurezza” per questo viaggio senza ritorno: la sua idea di equilibrio tra suspense e rivelazione.

Il cinismo di Spielberg sull’intelligenza artificiale

Prima che l’intelligenza artificiale diventasse la nuova religione laica, Spielberg aveva già immaginato lo scenario apocalittico di un androide cercatore di verità con gli occhi color ghiaccio di Jude Law. Oggi però la situazione è un tantino diversa: la disillusione è servita, il mito delle macchine senzienti si sgretola sotto la sua sferzante critica.

Spielberg non ci sta proprio a considerare l’AI un collaboratore creativo. Per lui, la macchina non può neanche lontanamente sostituire ciò che chiama “l’anima”, quel qualcosa che rende umano chiunque non si limiti a premere tasti. Tiene ben chiaro un concetto: usare l’intelligenza artificiale come uno strumento, non come un giudice che stabilisce verità e imposizioni. Pensare che un computer possa provare emozioni pure più profonde delle nostre, dice Spielberg, è un’idea talmente assurda da contraddire ogni sua educazione, e lui continuerà a produrre e dirigere senza mai convincersi del contrario.

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