Ben-Gvir si prende il palco mondiale e il club dei cattivi applaude senza ritegno

Ben-Gvir si prende il palco mondiale e il club dei cattivi applaude senza ritegno

Meno male che abbiamo il piacere di godere della presenza di figure come Ben Gvir. Un personaggio così nitido nella sua brutale rozzezza da sembrare uscito dritto dagli incubi peggiori dell’occidente liberale. Un mix letale di nazionalismo religioso, provocazioni a getto continuo, odio sfacciato e una totale assenza di sfumature o empatia umana. Così straordinariamente esagerato da risultare quasi una specie di punto di riferimento per chi cerca di navigare la confusione generale. In un’epoca in cui tutto è ambiguo, contraddittorio, iperconnesso e moralmente ingestibile, Ben Gvir offre l’unico conforto possibile: la semplicità accecante. È quel “cattivo” che fa il suo ingresso trionfale senza costringerci a uno sforzo interpretativo troppo gravoso. Ma attenzione, non è un cattivo qualsiasi: è il cattivo bipartisan, quello che soddisfa tutte le fazioni in egual misura, senza filtri o pregiudizi ideologici. Una rarità in tempi di esasperata polarizzazione.

Per una parte del pubblico, Ben Gvir non rappresenta affatto Israele. Lo vedono come una metastasi tossica sulla democrazia del loro amato stato ebraico: basta eliminarlo lui e il suo partner d’infamia, Netanyahu, aggiungere qualche elezione dal risultato appena decente e una coalizione responsabile capace di pronunciare la parola “moderazione” senza scatenare una guerra civile, ed ecco che il giardino politico tornerà magicamente a fiorire. Per l’altra parte, invece, Ben Gvir è il vero Israele. Anzi, ancora peggio: ne è la quintessenza smascherata, la rappresentazione senza veli di un sistema che ha smesso di recitare, compressa in un unico, vulcanico j’accuse collettivo. Due interpretazioni diametralmente opposte ma perfettamente gemelle, entrambe mosse dallo stesso disperato bisogno di semplificare — anche a costo di usare una motosega per tagliare la complessità. Purché il mondo riprenda a essere una storia lineare e rassicurante, con i suoi eroi, i suoi mostri, i cattivi e i redentori: i tipi fissi dell’umanità che monopolizzano non solo il potere in senso stretto, ma anche il racconto globale.

Al centro del palco, ovviamente, c’è Donald Trump, che ha capito prima di tutti gli altri un principio fondamentale: nel ventunesimo secolo non contano i fatti, conta l’attenzione. Nel reality show che ha divorato la politica con dosi massicce di contenuti sempre più estremi, lui è la star assoluta. Di fronte a lui, invece, abbiamo l’imperatore taciturno dall’altra parte del Pacifico: Xi Jinping, il panda indecifrabile che riesce a incutere timore anche con il silenzio più glaciale. Mentre il clown di Washington spara a zero, l’asiatico risponde con la sua strategica compostezza da monaco zen.

In questo teatrino, Vladimir Putin gioca la parte del cattivo nostalgico e stanco del remake sovietico, ostinato nel voler occupare il centro della scena globale mentre la Cina, con saggia indifferenza, lo usa come un “utile idiota” di lusso. Nel frattempo spuntano i nuovi guru ipertecnologici della Silicon Valley, comprimari affamati di gloria che cercano di rubare la scena: da Elon Musk, che si crede un incrocio tra Iron Man e Nostradamus, a Peter Thiel, il profeta apocalittico della fine della democrazia liberale.

E naturalmente non poteva mancare Netanyahu, incarnazione divina che sintetizza Machiavelli, Belzebù e il Padrino in un solo uomo — per qualcuno l’ultimo baluardo contro il collasso di Israele, per altri il principale responsabile del disastro. Facce spaventose e caricaturali del potere, ma straordinariamente preziose per soddisfare la nostra ossessione di dividere il mondo in eroi e cattivi, con tutto ciò che c’è in mezzo cancellato senza pietà.

Del resto, se la geopolitica è diventata una piattaforma streaming di orrori globali alternati a minacce nucleari e testosterone a fiumi, perché preoccuparsi di capire le strutture, gli interessi, le economie, le trasformazioni sociali o i processi storici? Molto più comodo selezionare il proprio “cattivo” personale dal trailer ufficiale e abbracciare una narrativa semplice e rassicurante.

Il problema, chiaramente, è che la realtà è diventata troppo complicata per essere gestita senza personaggi fissi. Troppo contraddittoria. Troppo simultanea. Troppo piena di verità incompatibili tra loro. Israele è l’esempio più acuto di questa complessità esasperata, divorato da tensioni che convivono contraddittoriamente: da un lato il trauma storico incancellabile, dall’altro la pulsione democratica che si scontra giornalmente con la radicalizzazione identitaria. Un mosaico esplosivo che ridurre a un unico “cattivo” è pura follia, ma veniamo distraendo tutti con gli effetti speciali del nostro “villain” preferito.

Freud probabilmente si sarebbe dato per vinto. E allora come si risolve? Semplice, si comprime tutto: personificazione e generalizzazione vanno a braccetto. Se Ben Gvir, Trump, Putin, Sinwar e Khamenei sono il male incarnato, allora automaticamente “Israele è Ben Gvir”, “l’America è Trump”, “la Russia è Putin”, “i palestinesi sono Hamas” e “l’Iran è il regime”. Uno sforzo titanico per chiudere quel maledetto cerchio che il mondo reale continua a tenere stranamente aperto.

Viviamo in un mondo costellato di paure, contraddizioni, radicalizzazioni e cambiamenti così repentini e caotici che nessuno riesce più a ridurre tutto a un singolo leader o a una colpa collettiva uniforme. Il vero terrore dei nostri tempi non è perdere il controllo del mondo, ma perdere il controllo dell’interpretazione del mondo.

Eccoci allora, come in un rituale antico e disperato, a dibattere all’infinito su leader, oligarchi, tiranni e profeti tecnologici. Proprio come gli antichi greci si dedicavano a chiacchierare degli dèi dell’Olimpo, quegli esseri capricciosi, vendicativi, narcisisti, ossessionati dal potere e pronti a scatenare guerre per il minimo insulto o per puro divertimento.

Uno spettacolo patetico che racconta poco di loro, ma racconta moltissimo di noi: della nostra crescente incapacità di vivere in un mondo senza una trama chiara, senza andare nel panico appena il copione si fa un po’ meno leggibile.

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