Bakari, un altro bracciante che finisce sotto i piedi di una baby gang senza rimorso

Bakari, un altro bracciante che finisce sotto i piedi di una baby gang senza rimorso

Ah, la classica cronaca nera che il silenzio nazionale avvolge con la delicatezza di un gorilla in una cristalleria. Bakari Sako, trentacinquenne maliano, è stato freddato a botte e coltelli da un quintetto di “cittadini modello” tarantini: un maggiorenne e quattro minori, tutti ugualmente “innocenti” fino a prova contraria. Siamo a Taranto, questa splendida città nota per la sua accoglienza e per i fiori all’occhiello della convivenza sociale.

Le indagini, illuminate come sempre da una lampada di emergenza, hanno richiesto tutto il weekend, ma alla fine, grazie alla supervisione del pubblico ministero Paola Francesca Ranieri e agli eroici sforzi della squadra mobile capitanata dal vicequestore Antonio Serpico, i nostri “eroi” sono stati arrestati. Il movente? Mistero fitto, lascia spazio a elaborazioni fantasiose — l’importante è che la giornata prosegua tranquillamente.

La notizia di questo omicidio ha attraversato i notiziari con la delicatezza di una locomotiva: silenzio e indifferenza, probabilmente perché non era un italiano il carnefice, ma un emigrato regolare che, indovinate un po’, viveva e lavorava a Taranto senza problemi dal 2022. Nessuno spettacolo sul palco delle cosiddette “istituzioni” e zero indignazione pubblica. Bakari non vedrà mai il volto di suo figlio e farà ritorno in Mali… sì, proprio in quella bara chiusa, così sentitamente omaggiata dalla burocrazia.

Ci spostiamo all’alba di quell’infausto sabato 9 maggio. Il nostro protagonista stava semplicemente andando a lavorare da bracciante a Massafra, con l’unica colpa di attraversare la città districandosi tra bici e treni, con la speranza di un futuro dignitoso. Ma la realtà italiana si è dimostrata, ancora una volta, più dura delle zolle dei campi che coltivava.

Tre fendenti precisi e violenti al petto, probabilmente sferrati con un coltello o chissà quale altro arnese domestico. Bakari si accascia sull’asfalto di piazza Fontana, zona antica di Taranto, a due passi dal suggestivo “Ponte di Pietra”. Probabilmente non ha nemmeno avuto il tempo di esitare, tanto meno di trovare aiuto. I killer, invece, si dileguano nei vicoli come fantasmi, senza dover rispondere a nessuno.

Ecco la magia italiana: per più di un giorno la notizia locale è stata ridotta a un gelido “straniero accoltellato”, mentre sui social si scatenava il consueto festival dell’odio e del pregiudizio, dove “straniero” equivale a “spacciatore” senza appello. Quale sorpresa! La società contemporanea si nutre di demonizzazione e disumanizzazione, frutto di leggi sempre più disumane che emarginano anche i migranti regolari, incatenandoli a una vita ai margini senza speranza.

Il rappresentante legale dell’associazione Babele, Enzo Pilò, non si fa scrupoli e racconta senza mezzi termini questa spirale discendente che trascina verso abissi di diffidenza e odio: un vero e proprio spettacolo indegno di civiltà.

Il giorno seguente, l’associazione Babele tenta con un post di restituire umanità a quello che fino a ieri era solo “il solito straniero”: un lavoratore, un padre, un incolpevole contribuente che pagava tasse e affitti e sosteneva la sua famiglia con dignità. Un piccolo, impercettibile sussulto di coscienza nella società civile.

Subito dopo, con tempismo impeccabile, arriva la replica istituzionale: Gianni Liviano, presidente del Consiglio comunale, parla di “ferma condanna”, esprime “solidarietà alla comunità maliana” e rigetta ogni giustificazione della violenza. Oh, che sublime coraggio!

Invece il sindaco di Taranto, Pietro Bitetti, si dilegua nel silenzio più totale. Un’assenza tanto eloquente quanto imbarazzante. Al contrario, il sindaco di Pulsano, Pietro D’Alfonso, scodella una perla di saggezza social: “Bakari, uomo onesto brutalmente ucciso”. Ovviamente poca cosa, ma almeno qualcosa.

Il fratello di Bakari, Soleyman, nuota nell’oceano dell’angoscia dalla Spagna, trovando la forza per un messaggio straziante pubblicato sui social: “Avete ucciso mio fratello maggiore, una persona silenziosa, la più importante della mia vita. Avete ammazzato un padre, un marito, il figlio di qualcuno. Questo non potrà mai essere dimenticato.”

Dall’aria virtuale al reale, Soleyman prende un aereo e vola verso quella città che continua a inghiottire vite senza pietà, per riconoscere il corpo del fratello e incarnare quel dolore che le istituzioni preferiscono ignorare.

Dietro le quinte di questa tragedia c’è anche Caterina Contegiacomo, volontaria di Mediterranea Saving Humans e considerata “di famiglia” dabaka Soleyman. Lei ha avuto il compito ingrato di annunciare la tragica notizia. Ricorda con amaro la memoria del primo approdo di sua famiglia, il 9 giugno 2014, quando il parroco li inviò in strada con un semplice “Correte ad aiutare chi ha bisogno”. Lei parlava francese, Soleyman veniva dal Mali, lingua comune che altrimenti avrebbe inceppato quella solidarietà improvvisata.

Ed è così che si costruisce qualche barlume di umanità in un contesto che preferirebbe cancellare ogni traccia di umanesimo.

Superata la minore età, il nostro eroe della disperazione fa avanti e indietro tra Spagna e Italia, naturalmente in missione lavoro, come un moderno Ulisse del precariato. Nel frattempo, c’è l’altro protagonista, Bakari, sbarcato in Italia nel 2017, il quale si trasferisce addirittura a Torino per fare il cameriere. Fantastico, no? Due stranieri che ce la fanno, con tanto di permesso di soggiorno in tasca e affitto condiviso a Taranto. A un certo punto Soleyman torna in Spagna per lavoro, mentre Bakari, oh, lui resta, con il suo lavoro e i documenti regolari. Rassicurante, vero?

A ottobre 2025, c’è l’incoronazione della vicenda: Bakari torna nel lontano Mali perché la moglie è incinta. Non è una scena da film strappalacrime, ma quasi – il vero dramma è che al suo rientro, a gennaio, chiede aiuto per cercare lavoro, da professionista del cameriere e da novello bracciante. Che riscatto sociale, che brillante futuro!

La nostra narratrice, Caterina, racconta tutto mentre è in macchina con Soleyman, fresco di rientro dalla Francia, che, più chissà per quale strano destino, ha portato quest’ultimo e persino lo zio a Taranto. Intanto, mentre la scena si fa più intricata e tragica, Caterina deve scusarsi perché “li accompagna in caserma a chiedere informazioni”. Poco dopo, ovviamente, l’immancabile epilogo: gli arresti, e i figli, minorenni, che con la loro drammatica azione all’alba del sabato hanno spezzato una vita, forse senza un motivo degno di tale finale.

Così, giovedì alle 17:30, ci sarà un raduno dal sapore di tragedia annunciata: Libera, Babele, Mediterranea e la comunità africana chiamano tutti a raccolta in quella che sembra ormai la piazza degli eroi dimenticati, piazza Fontana, vicino al luogo in cui Bakari ha perso la vita. Un vero colpo di scena della realtà contemporanea italiana, una commistione di speranze naufragate, reclami silenziosi, un cocktail amaro di inclusione mancata e di tragedie che si ripetono.

Il gran finale tragicomico dell’integrazione

Non è forse ironico che l’iter canonico di integrazione, tra documenti, lavori precari e ritorni forzati, termini con una sequenza di arresti e vite spaccate? Apparentemente, troppa fatica per nulla: permessi regolari, lavori umili ma “ce la fanno”, viaggi avanti e indietro per missioni di vita… e poi? Fine della favola. Oggi queste storie trovano palcoscenico in piazze commemorate, mentre la società civile si riunisce in un mesto carosello di pietà e indignazione che si consuma troppo tardi, senza mai svelare la cruda verità delle politiche che spalleggiano questi drammi.

Nel frattempo, ciascuno recita la propria parte – il racconto delle solidarietà, delle battaglie associative, delle comunità che si battono. Peccato che questo copione venga spesso tradito dal backstage della burocrazia e della marginalizzazione. Un’odissea senza eroi, dove anche chi “ce la fa” resta intrappolato in un sistema che sogghigna amaramente nel vedere giovani vite usate come pedine di un gioco al massacro sociale.

Un quadro raccapricciante che meriterebbe, quantomeno, una riflessione meno consolatoria e un po’ più di concretezza nella gestione di chi, più o meno clandestino, più o meno fortunato, attraversa confini geografici e morali in cerca di un posto che in realtà sembra non esserci mai davvero.

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