Finalmente si è rotto quel silenzio da film horror che per quasi un decennio ha avvolto la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino. Protagonista (in negativo, ovviamente) un quarantaquattrenne astigiano, piombato dietro le sbarre il 5 maggio scorso, accusato di un carnet di atrocità che farebbe impallidire qualsiasi sceneggiatura hollywoodiana: maltrattamenti in famiglia, lesioni dolose e ripetute aggressioni sessuali che si estendono dal 2017 fino ai giorni nostri.
Al centro di questo piccolo grande inferno domestico c’è una coppia senza figli, con una vittima che sembra uscita da un romanzo gotico: una donna di cinquant’anni, riconosciuta con invalidità civile al cento per cento e a carico dei servizi di Psichiatria dell’Asl di Asti. Gli ultimi dieci anni di convivenza sono stati una lunga agonia di denunce prima presentate, poi ritirate, per la paura di ritorsioni. Qualche cenno? Ricoveri in Pronto Soccorso ci sono stati eccome, per le percosse subite. E se qualcuno stava ancora cercando di capire l’angoscia di questa donna, sappia che ha anche tentato l’estremo gesto – disgustato dal proprio calvario e dalla totale mancanza di uomini in grado di proteggerla.
Ecco uno degli episodi più degni di un thriller criminologico: l’anno scorso, la signora è finita nuovamente all’ospedale con evidenti segni di aggressioni ripetute. La furia del compagno era stata talmente cieca da includere calci, pugni e schiaffi da manuale – ma non è finita lì: ha provato anche a strangolarla con il filo di un caricabatterie e, per un tocco di classe sadica, le ha spruzzato addosso della candeggina. Una scena da film dell’orrore, solo che purtroppo era la triste realtà.
Così, secondo l’accusa, oltre a questo campionario di violenze, il nostro protagonista avrebbe preso di mira pure il portafoglio della sua malcapitata vittima, sottraendole pensione e assegno di inclusione, occupando senza vergogna la sua casa e approfittando indebitamente di tutte le agevolazioni connesse alla sua disabilità. Un vero e proprio parassita umano, che ha raggiunto il culmine dell’abominio con la presunta istigazione al suicidio. Il genio del male, infatti, avrebbe sfruttato la fragile psiche della compagna, ben consapevole dei suoi tentativi autolesionistici, per spingerla ancora più giù, ignorando del tutto la gravità del suo stato mentale.
L’intervento della Polizia
Biagio Mazzeo, il procuratore della Repubblica di Asti, ha fatto il solito commento serio e istituzionale ovvio:
“Siamo di fronte a una vicenda di particolare gravità, dove la vulnerabilità della vittima è stata sfruttata per anni.”
Finalmente, dopo anni di una danza tra denunce e silenzi, lo scorso autunno è scattata una sinergia tra servizi sociali, strutture psichiatriche e inquirenti che ha portato all’avvio di un’investigazione ben congegnata. La Polizia di Stato, con supporto di intercettazioni e attività tecniche, ha squarciato il velo di omertà e terrore, facendo finalmente luce su questa deprimente saga di abusi.
Anni di abusi e reticenze
Come ha sintetizzato il procuratore:
“L’intervento coordinato della rete territoriale è stato decisivo per proteggere una persona che temeva di non essere creduta.”
Una montagna di documenti medici ha messo la parola fine alle mistificazioni e ai tentativi di insabbiamento. Nonostante la donna sia stata finalmente collocata in una struttura protetta dopo l’ennesima aggressione, e nonostante la decisa opposizione dell’indagato, questo non ha smesso di perseguitarla, dimostrando un rischio concreto di reiterazione del reato.
Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, tenutosi il 7 maggio, l’uomo ha ammesso in parte le proprie colpe. E il giudice per le indagini preliminari ha prontamente confermato la detenzione. Ma chi pensa che questa storia sia finita qui sbaglia di grosso: come ha dichiarato lo stesso Mazzeo, “l’attività d’indagine non è ancora conclusa e continueremo a scavare per fare piena luce su ogni episodio”. E pensare che per anni la stessa vittima ha dovuto convivere con un orrore silenzioso e una giustizia lenta che ha quasi rischiato di farla soccombere.



