Apollo avverte: private equity ai limiti del fallimento mentre i gioielli restano invenduti

Apollo avverte: private equity ai limiti del fallimento mentre i gioielli restano invenduti

Il nostro esperto di Apollo è schietto:

“La nostra opinione è che si tratti di un fallimento sistemico nella gestione del rischio in tutto il settore: mettere il 40% del capitale in una sola industria è pura follia.”

La ciliegina sulla torta è la nuova frontiera dell’Intelligenza Artificiale. Secondo Munfakh, non si tratta di cancellare ogni azienda di software dal mercato, ma piuttosto di abbassare le barriere all’ingresso creando una nuova pressione su margini e tassi di crescita. Insomma, un modo gentile per dire che i profitti saranno meno coriacei e qualche uscita si farà più difficile.

Come se non bastasse, anche pagando a peso d’oro e indebitandosi oltre ogni misura, si può comunque fare un brutto affare, anche con aziende apparentemente solide. Concetto quasi rivoluzionario, vista la mania per valutazioni “perfette”.

Apollo invece si è scelta il sentiero meno battuto, puntando sui cosiddetti asset HALO — ovvero imprese con alto contenuto di beni tangibili e bassa obsolescenza. Insomma, roba che non cade subito vittima delle mode tecnologiche che passano e ripassano.

Munfakh spiega:

“Ci concentriamo sull’uso dell’intelligenza artificiale come leva per creare valore, acquistando attività non facilmente soggette a disruzioni, dove l’AI non è una minaccia distruttiva, ma un vero e proprio motore di crescita.”

In conclusione, se siete investitori nel mondo fantasioso del private equity, preparatevi a montagne russe. Alcuni usciranno con il bottino, altri restituiranno solo amari ricordi. Fra flop annunciati, arroganza nelle valutazioni e una sana dose di autoinganno, sembra proprio che il “re del private” abbia qualche crepa nel suo trono di carta.

Gli investitori nel private equity dovrebbero prepararsi a un divario nei rendimenti più netto che mai, visto che l’industria si dibatte tra anni di uscite rimandate, valutazioni da circo e un arretrato da 4 trilioni di dollari di asset invenduti. A lanciare l’allarme è stato Antoine Munfakh, vice responsabile globale del private equity di Apollo. Parlando alla conferenza SuperReturn International di Berlino, Munfakh ha fatto notare che il tempo medio di detenzione degli asset è passato da quattro anni, un’inesorabile media storica, a quasi otto anni oggi. Doppio del tempo, quindi, ottimo per chi ama accumulare polvere e togliere liquidità dal mercato.

Il risultato? Un ingombrante zaino da 4 trilioni di dollari di asset in attesa di essere finalmente venduti, mentre i sponsor soffrono la crescente pressione di dover restituire i capitali agli investitori che, beati loro, hanno ancora fiducia che li rivedranno. Munfakh ha detto che le distribuzioni aumenteranno con lo sfoltimento di questo arretrato, ma non è detto che ciò sia un bene per i general partner. Infatti, un’accelerazione nelle uscite rischia di mettere a nudo chi ha giocato sporco gonfiando le valutazioni e chi invece ha tenuto i piedi per terra con stime realistiche.

Antoine Munfakh ha dichiarato:

“Il riflettore sarà puntato su quei GPs che hanno valutato i loro asset con prudenza e su quelli che li hanno sopravvalutati in maniera aggressiva. Crediamo che questo porterà a una biforcazione dei rendimenti, maggiore dispersione e alcune società di private equity faticheranno a raccogliere capitali in futuro.”

Quando gli è stato chiesto se i ritorni dovessero necessariamente scendere se gli investitori vogliono riavere i loro soldi, Munfakh ha semplicemente risposto con un lapidario “Vedremo”. Peccato che l’anno scorso sia stato il primo anno nella storia in cui le uscite degli sponsor siano avvenute a prezzi inferiori rispetto a quelli a cui gli asset erano stati valutati. Tradotto: i numeri gonfiati si stanno sgonfiando a suon di perdite.

Un fallimento sistemico nella gestione del rischio

Munfakh punta il dito soprattutto sul settore software, che sembra essersi trasformato in una specie di pozzo nero di capitali messi a rischio a causa di valutazioni stellari e indebitamento elevato. Storicamente il software rappresentava circa il 10% dei volumi globali di buyout, ma ora è balzato fino al 40%. Una scelta strategica da premio Nobel per la follia.

Il nostro esperto di Apollo è schietto:

“La nostra opinione è che si tratti di un fallimento sistemico nella gestione del rischio in tutto il settore: mettere il 40% del capitale in una sola industria è pura follia.”

La ciliegina sulla torta è la nuova frontiera dell’Intelligenza Artificiale. Secondo Munfakh, non si tratta di cancellare ogni azienda di software dal mercato, ma piuttosto di abbassare le barriere all’ingresso creando una nuova pressione su margini e tassi di crescita. Insomma, un modo gentile per dire che i profitti saranno meno coriacei e qualche uscita si farà più difficile.

Come se non bastasse, anche pagando a peso d’oro e indebitandosi oltre ogni misura, si può comunque fare un brutto affare, anche con aziende apparentemente solide. Concetto quasi rivoluzionario, vista la mania per valutazioni “perfette”.

Apollo invece si è scelta il sentiero meno battuto, puntando sui cosiddetti asset HALO — ovvero imprese con alto contenuto di beni tangibili e bassa obsolescenza. Insomma, roba che non cade subito vittima delle mode tecnologiche che passano e ripassano.

Munfakh spiega:

“Ci concentriamo sull’uso dell’intelligenza artificiale come leva per creare valore, acquistando attività non facilmente soggette a disruzioni, dove l’AI non è una minaccia distruttiva, ma un vero e proprio motore di crescita.”

In conclusione, se siete investitori nel mondo fantasioso del private equity, preparatevi a montagne russe. Alcuni usciranno con il bottino, altri restituiranno solo amari ricordi. Fra flop annunciati, arroganza nelle valutazioni e una sana dose di autoinganno, sembra proprio che il “re del private” abbia qualche crepa nel suo trono di carta.

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