Da tempo immemore, Amélie Nothomb sforna un libro all’anno come se fosse una catena di montaggio letteraria. Con 34 romanzi tradotti in 46 lingue e una miriade di premi, dal Grand prix du roman de l’Académie française allo Strega Europeo, sembra proprio che il suo pubblico segua fedelmente questa annuale mascherata di parole. Quest’anno, con grande sorpresa per nessuno, l’Orbetello Book Prize le sarà consegnato a fine giugno. Un onore enorme, a quanto pare, dato che trova sempre un buon motivo per visitare un paese che, secondo lei, le è “così caro”.
Parlando del suo rapporto con l’Italia, Nothomb si sbilancia in un’esaltazione quasi grottesca: “Gli italiani mi adorano, e io li adoro. Sono calorosi, sorridenti, e soprattutto fan del buon cibo, specie della pasta”. Che coincidenza, no? Il cibo italiano trionfa sempre, anche nelle dichiarazioni di una scrittrice belga nata in Giappone. Affascinante come si costruisca una narrazione tanto semplice quanto efficace: Italia = amore + pasta = successo assicurato.
E chissà come fa a capir l’italiano senza parlarla? Mistero dei misteri: “Non parlo la lingua ma possiedo un istinto quasi perfetto per capirla”. Tradotto: probabilmente la ascolta distrattamente e indovina qualche parola qua e là, ma fa tutto parte del suo fascino enigmistico da intellettuale cosmopolita.
Passando al lato diplomatico della sua stirpe, papà Nothomb è stato ambasciatore a Roma, un dettaglio quasi insignificante se non per il fatto che nell’ultimo romanzo, Meglio così, racconta di una cena che i suoi genitori offrirono all’allora premier Silvio Berlusconi. E, sorpresa delle sorprese, la madre porse al Cavaliere degli avanzi “induriti e disgustosi”. Come reagì il protagonista di questo banchetto da incubo? Con la classe che gli compete, inghiottì tutto con grande rispetto e dichiarò entusiasta che era “deliziosa la cucina belga” (probabilmente salvo il salvabile).
Amélie Nothomb commenta, ironica ma sinceramente sorpresa: “Ho sempre pensato che mia madre abbia dimostrato una fantasia abbastanza geniale e la reazione di Berlusconi è stata straordinaria. Spero solo di non aver scioccato troppo gli italiani rivelando l’episodio”. Un modo elegante per ammettere che nessuno avrebbe voluto saperlo, ma ora è troppo tardi.
Poi si confessa che i suoi genitori non erano proprio grandi fan di Berlusconi. Una sottigliezza che spiega tanta fantasia culinaria e un certo disprezzo diplomatico piuttosto celato.
Quanto alla politica, argomento praticamente bandito nelle sue opere, dice di esserne interessata “ma senza punti di vista originali”. Papà, invece, un vero politico dentro, era “appassionante” quando ne parlava. La figlia, più modesta o semplicemente meno capace, si limita a osservare il mondo e a interessarsi ai grandi conflitti contemporanei, dall’Iran all’Ucraina, come la media degli spettatori da salotto che però non vuol davvero impegnarsi.
Se vi state chiedendo se sta scrivendo un altro libro, la risposta è ovviamente affermativa: “Tutti i giorni della mia vita sto scrivendo qualcosa, anche se pubblico appena un terzo di quello che produco, quindi non si sa mai cosa vedrà la luce”. Perfetta strategia da autrice per mantenere il mistério e tenere tutti sull’attenti.
Il suo appuntamento con i lettori è immancabile: il 19 agosto, come ogni anno dal 1992, arriva il “marronnier” (tormentone) letterario che sancisce il ritorno a scuola – o magari solo il ritorno in libreria per chi cerca una scusa per procrastinare.
Riguardo al suo metodo di lavoro, la scrittrice si vanta di sedersi a scrivere dalle 4 alle 8 del mattino, ogni santo giorno da 35 anni. Ovviamente, i giovani del mestiere, o forse solo quelli impertinenti, le fanno notare che prima o poi potrebbe non farcela più. Lei risponde serafica: “Se succede, vedremo”. Nel frattempo, tiene duro.
È interessante notare la sua rivelazione sul processo creativo: “Quasi sempre non ho alcuna idea all’inizio, ma non si deve aspettare l’ispirazione per scrivere. È scrivendo che qualcosa arriva. Aspettare l’ispirazione? Un modo sicuro per non scrivere mai niente.” Una filosofia tanto semplice quanto disillusa — molto francese, se vogliamo aggiungere un pizzico di cliché.
Infine, sul successo e sul talento, la Nothomb liquida ogni discussione: “Il successo è tutto merito del lavoro. All’inizio non avevo alcun talento, ne sono assolutamente convinta”. Una falsa modestia, si direbbe. Quando le si obietta il contrario, replica con l’autoironia più spietata, ricordando il suo primo poema, scritto a sei anni, dal titolo trivialmente epico, L’île des lapins (L’isola dei conigli), e assicura che fosse “molto brutto”. Se questo è l’inizio, meglio che resti sempre modesta.
Oh, ma aveva soltanto sei anni! Già, perché si sa, i bambini comuni non contano, mentre i geni precoci – quegli alieni che leggono Victor Hugo a sei anni – sono un’altra cosa. Naturalmente, ammette di non essere minimamente paragonabile a tali prodigi. E come scrive, a mano o con un robottino digitale? Ovviamente a mano, perché è totalmente analogica. Computer? Mai visto. Telefonino? Neanche l’idea di cosa sia, e lo pronuncia pure in italiano, come se fosse un’antica divinità indomabile.
Ma perché l’infanzia conta così tanto nella sua letteratura? Semplice: c’è un’età magica che definisce tutto, circa i tre-quattro anni. E sì, anche se è adulta, quella che ricorda con più fervore è quella in cui si diventa Dio – ovvero quando impari a parlare e a bordeggiare illusioni su un mondo da scoprire. Nientemeno.
E la piccola Amélie del famoso cartoon? Oh, un gioiellino tratto proprio dal suo libro Metafisica dei tubi. Le sarebbe piaciuta quella sua versione animata?
La risposta? La piccola Amélie era megalomane come pochi: quindi trovarsi protagonista di un film d’animazione era la cosa più normale del mondo. La grande Amélie, invece, è diventata una persona umile – o quasi – e ancora non si capacita dell’inarrestabile miracolo: essere l’eroina di un cartoon è il top del successo, tanto che ha visto quel film – sì, avete capito bene – sedici volte. E ha pure voglia di rivederlo. Marvel sarebbe in imbarazzo.
E cosa si sa del rapporto con gli Stati Uniti, quel Paese dove ha vissuto da bambina?
Ricorda con nostalgia gli anni ’75, ’76 e ’77, quando l’America era un posto dove si poteva ancora essere felici e democratici. Peccato che oggi, a suo dire, gli USA stiano precipitando in una spirale terrificante, al punto che andare là non le provoca certo entusiasmo. Ma eh, resta comunque un Paese che ama alla follia. Contraddizioni? No, solo un amore tormentato.
Il pensiero su Donald Trump è semplice e diretto, come una scossa elettrica:
“È un uomo pericoloso, e la guerra che ha iniziato è altrettanto pericolosa. Fa paura.”
Provate a immaginarla: tesa tra la nostalgia di un’America che non c’è più e il terrore di un’era politica da incubo.
Per quanto riguarda il Giappone, amore profondo e tormentato. Dopo il 2023, nessun ritorno eppure la promessa di farlo. Stranamente difficile, perché amarlo troppo significa impazzire al solo pensiero di doverlo lasciare. Classico esempio di amore tossico tra autore e terra natale spirituale.
Vive metà del tempo tra Parigi e Bruxelles. Ama Parigi, città che definisce “difficile da vivere ma magnifica”, dove almeno la letteratura può ancora giocare un ruolo rilevante. Scelta di cuore – e di pancia, immagino – che culmina in una rassegnata preferenza per l’Europa.
Perché l’Europa e non più gli Stati Uniti? Praticamente uno spazio dove, sebbene i problemi non manchino, esiste ancora quella specie di libertà d’espressione che altrove sembra in via d’estinzione. O almeno così ci piace raccontarcela.
Ah, e l’ultima chicca: provare l’Italia? Impossibile, perché rischierebbe di prendere dieci chili. Sicuramente la crisi italiana è più nella bilancia che nell’economia nazionale. Davvero un pensiero di enorme sostanza.



