Chi l’avrebbe mai detto? Alberto Stasi, quello stesso che se l’è cavata con una condanna da 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, si prepara a uscire dal carcere. Un piccolo dettaglio: questa lieta novella arriva non perché il tempo ha fatto il suo corso, ma grazie a quella meravigliosa trovata chiamata “buona condotta” e a delle “relazioni positive” provenienti dalle profondità del carcere.
Il 12 giugno, in un’aula blindatissima e non aperta al pubblico – mano benevola dei giornalisti, ovviamente – la sostituta procuratrice generale di Milano, Valeria Marino, ha dato il suo benestare al cosiddetto affidamento ai servizi sociali per Stasi. Traduzione: un condannato di quel calibro potrebbe già godersi un assaggio di libertà, ma a orari decenti (nel senso che rientra ogni sera in cella, eh!).
Niente panico, tuttavia, non stiamo parlando di un miracolo giudiziario che ribalta le sorti di un caso. Si tratta solo di una prassi standard per chi è ormai nel finale di pena. Nulla a che vedere con la famigerata richiesta di revisione del processo, quella sì che Stasi e i suoi avvocati non hanno ancora osato presentare.
Dal 2015, infatti, il nostro protagonista è recluso nell’istituto penitenziario di Bollate, dove dal 2023 ricopre l’illustre ruolo di impiegato… amministrativo e contabile, niente meno, lavorando all’esterno durante il giorno e tornando diligentemente dietro le sbarre dopo l’ufficio. Un compromesso da manuale: libertà diurna, prigione notturna. Una routine da far invidia a qualsiasi impiegato pubblico.
Insomma, ci troviamo di fronte a un microcosmo classico della giustizia italiana, in cui “buona condotta” si traduce in “quasi libertà” per chi, ricordiamolo, ha commesso un omicidio. Forse la riflessione da farsi è un’altra: quanto realmente contano condizioni morali e sociali quando la pena sembra una formalità da sbrigare senza troppi patemi d’animo?



