Le faglie sono quelle simpatiche crepe che si nascondono zitte zitte sotto i nostri piedi, invisibili e silenziose per la maggior parte del tempo. Ma attenzione, non pensate che siano romantiche o poetiche: queste fratture lacerano la crosta terrestre per far scattare i continui giochi di forza fra le placche litosferiche. Qui la Terra si mette in moto, consentendo a una placca di infilarsi sotto un’altra, a due di scivolare fianco a fianco o a due sorelline di separarsi e formare un oceano nuovo di zecca. Nessuna di queste meraviglie avviene sotto gli 800 km di profondità, perché nel mantello terrestre le rocce diventano una pappa plastica senza direzione né scosse brusche. Le faglie, invece, sono irremovibili: fragili, pronte a rompersi e a scatenare terremoti, anche quando noi siamo troppo impegnati a ignorarle.
Prendiamo El Pilar in Venezuela, ad esempio: una di quelle begli incisioni sul volto del pianeta che ieri ha dato spettacolo con non una, ma ben due scosse principali di magnitudo 7,2 e 7,5 Richter. Un’imponente coppia sismica che ha fatto tremare una regione intera, riducendo in macerie interi quartieri e trasformando vite in tragedie. Ma calma: niente panico, non è colpa della povera faglia, che ha solo fatto il suo dovere di scaricare energia compressa. Il vero colpevole è quel piccolo dettaglio chiamato “case”: vecchie, mal costruite, abbandonate a se stesse, e a volte nemmeno armate come si deve. Insomma, se la tua casa si trasforma in una frittella di cemento ogni volta che la Terra borbotta, forse non è il terremoto il problema, ma chi l’ha fatta. E non è solo questione di cemento: nei video degli edifici distrutti si vedono i tondini d’acciaio sfracellarsi quanto basta a ricordarci che, in edilizia, le apparenze ingannano. E poi c’è l’enigma dell’“effetto sito”, ovvero quando palazzi vicini e simili si comportano come se avessero personalità diverse: uno crolla, l’altro resiste. La differenza? Il banale substrato geologico sotto le fondamenta, dettaglio spesso ignorato.
El Pilar e il teatrino geologico che muove le placche
La faglia El Pilar fa da confine mobile tra la placca caraibica e quella sudamericana, consentendo alla seconda di avanzare verso ovest con una velocità da formula uno di circa 2 centimetri all’anno. Già, pare poco, ma ricordiamoci che stiamo parlando di bestioni geologici: posti così veloci in movimento non solo fanno scalpore, ma inevitabilmente provocano terremoti di una certa violenza. Da noi in Italia, ad esempio, difficilmente si supera una magnitudo di 7,5 – pensate che quella storica del 1693 in Val di Noto è un caso unico nella memoria sismologica mediterranea. El Pilar, invece, si estende per mille chilometri e ben il 20% di essa si è svegliato bruscamente durante questa scossa, scorrendo a una profondità di 15-20 km con un tipico movimento laterale da faglia trasforme. Ovviamente, siamo in un Paese dove la terra si è già agitata parecchie volte: negli ultimi cento e passa anni vanta almeno cinque grandi terremoti, di cui uno anche più potente dell’ultimo.
Se proprio vogliamo parlare di “parenti”, El Pilar è una cuginetta delle più celebri e temute faglie del mondo, a partire dalla famigerata San Andreas negli Stati Uniti. Anche quella è una faglia trasforme, lunga un bel migliaio di chilometri tra San Francisco e Los Angeles, che sta lì a dormicchiare, pronta a esplodere da un momento all’altro dopo il terremoto devastante del 1906. Se la geodinamica si comporta bene, in qualche milione di anni – eh già, la pazienza è una virtù geologica – Los Angeles potrebbe diventare il nuovo San Francisco, come se fosse una lenta migrazione urbana ma a ritmo… letargico. Dall’altra parte del globo, invece, le grandi faglie del Cile e dell’Alaska sono capaci di generare terremoti da Guinness dei primati: magnitudo 9 e oltre. Ricordate il terremoto del Cile nel 1960? 9,5 Richter, il più forte mai registrato nella storia. Oppure quello di Anchorage in Alaska, nel 1964, con i suoi 9,2. Qui le faglie sono roba da scontro frontale, un raccorciamento crostale che non lascia scampo.
Ma non illudetevi che queste meraviglie geologiche siano solo là lontano, sui continenti noti per i loro drammi sismici. No, abbiamo anche noi le nostre belle faglie, magari meno esuberanti ma comunque pronte a regalarci un brivido. E chissà, magari anche lì stanno meditando di sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo. Perché la Terra, si sa, ama ricordarci chi è davvero al comando.
Ah, la gioia delle faglie geologiche! Quelle irresistibili linee invisibili che si arrampicano timidamente sotto le nostre città, pronte a mostrarci il loro lato peggiore al minimo segnale. Prendiamo per esempio la famosa faglia Nord-anatolica, quella che ha fatto tremare Istanbul nel 1999 con un terremoto a Izmit da far impallidire i cuori più coraggiosi. E poi c’è la faglia dell’Anatolia orientale, quella star dei sismi recenti con l’epopea del 2023 a Gaziantep, evento da 8 sulla scala Richter. È come una serie TV che non sai quando finirà, ma ti tiene incollato allo schermo con colpi di scena sempre più drammatici.
Non dimentichiamoci, poi, della fenomenale faglia della Valle del Giordano e del Mar Morto, spartiacque tra le placche asiatica e africana, quel confine quasi mitologico che ha generato terremoti da far sussultare anche le pagine bibliche. Pensateci: il crollo delle mura di Gerico accompagnato dal suono delle trombe non è altro che la versione antica e più suggestiva di un sisma devastante travestito da miracolo divino. Simpatici questi antichi, sempre pronti a spiegare catastrofi naturali con epiche leggende!
Ma perché fermarsi qui? Nel Mediterraneo le faglie abbondano come mosche in piena estate, specialmente dove la placca africana decide di fare il furbo, infilandosi sotto quella europea. Da Grecia a Dalmazia, uno spettacolo geologico ininterrotto di terremoti “di qualità”. E l’Italia? Ah, la nostra amata penisola, oltraggiata da geologia e badate bene, senza grandi faglie a spasso libero, tranne la solita scarpata tra la Sicilia orientale e la Malta, passando persino per lo stretto di Messina. È bello sapere che i nostri terremoti più tosti arriveranno proprio da lì, mentre il nostro povero tessuto urbano, costruito con la fantasia e l’elastico, non reggerebbe una magnitudo superiore a 6,5 gradi Richter. In soldoni: la regione più “calda” – dal punto di vista sismico – del Mediterraneo è anche la più fragile. Complimenti.
Ma non finisce qui! Una intera famiglia di faglie, sub-parallele e ostinate, si estende come un tappeto dall’Appennino settentrionale a quello meridionale, dalla Garfagnana alla Calabria. Queste faglie non sono quelle classiche, da grande spinta tra placche o scorrimento laterale – troppo monotone per i nostri palati esigenti. No, qui si tratta del riassestamento della catena montuosa per gravità, il vero colpo di scena della nostra geologia. E così, ci ritroviamo con scosse di replica che non si smentiscono mai: numerose, persistenti e, a volte, quasi infinite nel tempo dopo terremoti principali che neppure si sognano di essere energici. Davvero uno spettacolo continuo per chi ama l’avventura e la suspense.
Ogni volta che la terra decide di scuotersi violentemente, sembra che le fondamenta della nostra sicurezza crollino assieme ai palazzi. Che emozione! I terremoti sono senza dubbio gli eventi naturali che meglio riescono a smantellare la nostra certezza più radicata: la serenità domestica. Ma non disperate, abbiamo finalmente una mappa mondiale delle faglie sismogenetiche più precisa che mai – un piccolo dettaglio che aiuta a fare prevenzione, se solo qualcuno volesse ascoltare.
Peccato che, come per i vulcani oppure le frane, in fondo non siano i disastri a esistere realmente: esiste piuttosto la nostra impareggiabile incapacità di prevenire, di costruire decentemente o di lasciare le zone troppo pericolose a chi magari ama il brivido ma non paga il conto dei danni. Gli eventi naturali ci sono, ma diventano catastrofi solo grazie al nostro genio nel farci trovare impreparati. Indubbiamente, un capolavoro di autodistruzione travestita da tragedia sismica.



