Nel lontano 2015, quando il senso dell’umorismo sembrava non conoscere limiti, Dagospia ha deciso di consacrare Gianluca Gliori con il soprannome di “guardone dei Navigli”. Un appellativo niente male, specie se associato a un progetto fotografico che porta un nome tutt’altro che delicato: Fie, parola toscana che fa il verso a termini ben più espliciti, un omaggio audace al femminile senza mezzi termini.
Per quasi due anni, armato di macchina fotografica, il nostro “guardone” ha immortalato donne a casaccio, quelle che capitavano sul suo cammino lungo i percorsi milanesi. Ecco il cuore del progetto: donne incontrate per strada, nelle vie dei Navigli, rubate all’attenzione di chi passava, senza chiedere troppo il permesso, peraltro molto discutibile sotto il profilo della privacy e dell’etica, ma hey, è arte, no?
La questione gagliarda che ne emerge è questa: con un nome così, un titolo così e un metodo così… si può parlare di fotografia di denuncia o siamo semplicemente di fronte all’ennesima prova di ossessione maschile mascherata da “progetto artistico”? Il tutto mentre le donne riprese sembrano spesso ridotte a soggetti passivi, come se la loro volontà e dignità non contassero poi molto, tanto lo scatto è lì, immortalato per sempre.
Un “Progetto Artistico” o una Manifestazione di Indelicatezza?
Il bello del Fie di Gianluca Gliori è proprio questo, la sottile linea che separa l’arte dalla provocazione fastidiosa. Dopotutto, l’arte ha sempre giocato col confine della morale, ma quando la fotografia rischia di diventare una caccia fotografica a ragazze ignare, forse è il momento di riflettere.
Va da sé che il termine “guardone” non è casuale e rivela uno sguardo maschile che si crogiola nel voyeurismo, mascherandolo da ricerca estetica. Gli scatti, per quanto possano sembrare innocui o affascinanti sotto una luce glamour, stridono con l’idea di rispetto e consenso; è un’istantanea dello squilibrio nei rapporti di genere che ancora fatica a superare i confini della decenza.
Ah, la giovane Milano dei Navigli, teatro di tante romanticizzazioni, che qui si trasforma in sfondo per uno studio non tanto delle donne, quanto della loro posa inconsapevole davanti all’obiettivo, una sorta di vetrina senza specchio.
Il Paradosso della Fotografia “Spontanea”
Come si concilia dunque la spontaneità del momento con la premeditazione di raccogliere decine di scatti di sconosciute per un progetto che più che artistico pare uno zibaldone di fantasie ossessive? Forse questo non è il problema per Gianluca, che certo non si preoccupa di questioni etiche quando si tratta di dar forma al proprio bizzarro archivio femminile.
Se l’arte è provocazione, allora questo calendario permanente di scorci femminili casuali è sicuramente un colpo basso alla raffinata idea di fotografia come racconto umano e partecipato. L’arte della persuasione, probabilmente trasformata qui nell’arte di sorprendere senza permesso.
Insomma, Gianluca Gliori ci regala uno spaccato di modernità un po’ goffo, in cui la vetrinizzazione del corpo femminile torna a dettar legge tra le luci soffuse dei Navigli milanesi. Resta da vedere se il pubblico coglierà la sfumatura artistica o riderà amaramente per l’ennesima trovata maschilista spacciata per cultura.



