Da qualche parte nel firmamento, magari proprio sopra l’arcobaleno, ma di certo non in un Mondiale dove la bandiera multicolore, simbolo di inclusione e libertà, diventa improvvisamente un fastidio ingombrante. Forse non siamo nel contesto giusto, oppure manca quella scintilla capace di fondere il calcio e il Pride in una sola, grande festa. Fatto sta che per la terza volta consecutiva il Pride e il pallone non si mescolano nemmeno per sbaglio. Ancora una volta l’occasione viene sprecata e la fortunata coincidenza temporale tra l’esplosione di entusiasmo a Seattle e la partita Egitto–Iran si trasforma in un classico «mismatch»: meglio scrollare distrattamente il poster della sfida e dimenticare tutto. Appuntamento tra quattro anni, se va bene.
Facciamo un piccolo riepilogo per chi ama le contraddizioni. A Seattle, la celebrazione dell’orgoglio LGBTQ+ si tiene l’ultimo venerdì del mese, non a caso vicinissima all’anniversario di Stonewall, quel famigerato bar di New York che nel 1969 divenne il teatro di uno dei raid più iconici della polizia – o come la chiamerebbero oggi in Iran, la «guardia morale» – contro un locale gay, frequentato da persone che a quell’epoca venivano perseguitate senza pietà e senza alternative. Da quel tumulto nacque un movimento di protesta che ha dato origine a tutto ciò che oggi chiamiamo Pride: condivisione, rispetto reciproco, festa creativa e sgargiante, tutto ciò che – stranezza delle stranezze – dovrebbe essere parte integrante anche di una partita di calcio. Eppure il calcio e il Pride sembrano due mondi separati da un muro che non si riesce a scavalcare.
Seattle sforna 300.000 persone per strada in quella giornata, un evento che incarna lo spirito pulsante della città. La sua amministrazione ha avuto la sfrontatezza di considerare ovvio far coincide il Pride con una partita del Mondiale, premiandola persino con la lussuosa etichetta di «Match Pride Day» per il 26 giugno 2026. Peccato che la FIFA, che di solito gira la testa dall’altra parte, abbia sì gradito l’idea ma senza mai ufficializzarla. Un modo brillante per connettere la Coppa del Mondo, sempre più accusata di essere un club esclusivo e cara come la vita, con un’iniziativa sociale attesa e sacrosanta. Ma si sa, il calcio ha i suoi sacerdoti e i suoi tabù.
Le due squadre protagoniste, per puro caso incastrate nel calendario proprio in quella data, hanno fatto le bizze come bimbi viziati. Niente bandiere arcobaleno allo stadio, hanno chiesto, e nulla da fare. A Seattle la bandiera è accolta a braccia aperte, nel Qatar invece si chiudeva tutto in fretta: la politica del Paese ospitante era esplicitamente contraria e oggi, guarda un po’, sono proprio i giocatori a disdegnare le idee del Paese che li ospita. Una sorta di diploma d’onore, mi pare.
Ricordate il «caso» dell’autunno 2022 nel Golfo? La famosa fascia arcobaleno «One love» che alcuni capitani europei avrebbero dovuto tenere al braccio in segno di solidarietà? Ebbene, il Paese che ospitava quella Coppa del Mondo considerava l’omosessualità un reato, e se non fosse stato per le minacce di espulsione, forse quei braccialetti avremmo potuto vederli. Ma no: le fasce sono tornate in valigia e le bandiere arcobaleno sono state soffocate, sequestrate come conseguenza di una legge tanto assurda quanto repressiva. Nel frattempo, in Russia, quattro anni prima, esisteva una legge analoga – la famigerata «legge contro la propaganda» – che vietava la semplice espressione pubblica di identità non conformi: insomma, niente ostentazione di omosessualità, perché i bambini potrebbero guardare. E intanto ladri di colori entravano di nascosto con magliette che ricoprivano tutti i colori dell’arcobaleno, una forma di protesta dolceamara denominata «Hidden flag».
Adesso, però, le bandiere arcobaleno sono addirittura attese, o meglio inevitabili. Peccato che ai giocatori dell’Iran e dell’Egitto sia stato chiesto di ignorarle, come se basta voltarsi dall’altra parte per far sparire una realtà imbarazzante. Nel Paese Persiano, essere gay è un crimine, così come non sposare la personalità plasmata dal potere dominante. In Egitto, più di ogni altro posto, il sesso tra persone dello stesso genere è considerato un peccato capitalizzato anche dallo stato. Insomma, due squadre che incarnano un mondo di potenzialità, eppure si sfuggono a vicenda, mentre lo sport più popolare del pianeta si nasconde dietro una cortina di timidezza e fastidio latente a ogni sfioramento della verità.
Un consiglio alla FIFA e ai suoi sponsor: l’Italia tornerà, ma senza arcobaleni?
L’Italia, che sicuramente sta facendo sentire la sua mancanza al Mondiale ormai da tre cicli consecutivi, potrebbe tranquillamente scendere in campo portando la bandiera arcobaleno sulla maglia. Dopotutto, l’ammissione è solo una formalità, certificata per evitare inutili polemiche. Magari un ritorno trionfale non solo nel risultato sportivo, ma anche nel coraggio di mettere la propria bandiera al di là della vergogna, dentro e oltre l’arcobaleno, proprio in quel grande palcoscenico che è la Coppa del Mondo.



