La solita avvincente favola metropolitana: due giovani cittadini egiziani, rispettivamente di 19 e 20 anni, entrambi privi di fissa dimora e con un bel curriculum di precedenti giudiziari, diventano protagonisti di una rapina da manuale. Nulla di sorprendente, se non fosse che la data della performance criminale è del 22 giugno scorso. Quanto basta per accendere i riflettori della Polizia di Stato di Milano, che ha prontamente eseguito il fermo degli indiziati con la solita efficienza all’italiana.
Ma attenzione, perché dietro la cronaca si nasconde la quintessenza del decreto penale di magia al contrario: criminali senza radici, senza casa, senza speranze, eppure ricchi di reati. Forse hanno un abbonamento con la mala sorte, o semplicemente la mala sorte ha stipulato un contratto solido con loro.
Le imprese Titanic degli “invisibili”
Bisogna riconoscere loro un certo talento nell’arte del sospetto: “pluriaggravata”, un termine dal sapore burocratico che illumina più per la quantità che per la qualità del crimine. In questo caso, la rapina non sarebbe stata una semplice scorribanda leggerina, ma un vero capolavoro dell’illegalità moltiplicata. Perché accontentarsi di uno solo quando si può avere “plurale”?
Il fattore anagrafico, poi, è la ciliegina sulla torta: due giovani “egiziani” – parola magica che spesso accende lo stereotipo – con la loro inesauribile energia statale non ancora impegnata a cercare un lavoro onesto, ma occupata a marcare il territorio della non-integrazione.
Un problema di “movimento continuo”
Il fatto che non abbiano una fissa dimora, in Italia vuol dire molto: girano ovunque, invisibili ma rumorosi nel loro impatto sociale. Un po’ come fantasmi molesti che si reinventano perennemente vittime di un sistema che li lascia senza casa e senza futuro, mentre intanto accumulano precedenti come fossero francobolli di una raccolta fallimentare.
Il sistema, ovviamente, ci mette del suo: istituzioni mummificate dalla burocrazia, campagne di integrazione viste più come slogan pubblicitari che come efficaci strategie, e una società civile che si domanda a che gioco stiamo giocando, se i pezzi del puzzle non si incastrano mai dove dovrebbero.
Rapina e società: un duo da applausi
Questa rapina dai toni così “pluriaggravati”, commessa nel cuore di Milano, è forse un piccolo tassello di un mosaico molto più ampio: quello di un paese che si interroga – o almeno dovrebbe – sulla sua incapacità cronica di gestire la marginalità in modo dignitoso, senza scaricare su cinque-sei individui il peso dell’intero fallimento istituzionale.
Insomma, di che stupirsi? Due giovani senza casa, senza prospettive, con un passato che racconta storie ben più complicate della semplice cronaca, scelgono la scorciatoia del “colpo” facile. E la macchina dello Stato, impeccabile come un orologio svizzero nelle sue tempistiche, li blocca. Poi? Riparte tutto, come un eterno ritorno dell’identico.
Come ciliegina finale, si potrebbe solo suggerire al sistema – se davvero esiste questo sistema – di smetterla di rincorrere i sintomi e iniziare a studiare le cause. Perché siamo ormai all’ottava puntata di questa tragica sit-com senza fine, e nonostante tutto, nessuno ha ancora capito chi è davvero il protagonista.



