Francia e Italia provano a vendere il genio industriale come l’ultima moda europea di cui tutti avremmo bisogno

Francia e Italia provano a vendere il genio industriale come l’ultima moda europea di cui tutti avremmo bisogno

Quando si pronunciano le parole Francia e Italia, l’immaginario collettivo corre subito a croissant, pizza, sfilate di moda infinite e, naturalmente, a una vita fatta di arte e buon gusto. Che immagine deliziosa e rassicurante! Peccato che dietro l’angolo si dimentichi spesso un’altra storia meno instagrammabile ma altrettanto rilevante: quella dell’ingegneria, della scienza applicata e soprattutto dell’arte italiana e francese di trasformare un’idea strampalata in una mega-industria. Bèh, occhio perché il tanto decantato vertice franco-italiano a Antibes vuole esserci esattamente per tirar fuori dal cassetto polveroso questo tema.

Vero è che Francia e Italia hanno approcci industriali che, più diversi di così, difficilmente si trovano. Da un lato, la Francia mette sul tavolo quell’esperienza millenaria (o quasi) in mega programmi, infrastrutture titaniche e filiere strategiche dove lo Stato è quasi un regista onnipotente. Dall’altro lato, l’Italia mette in campo un sistema produttivo agile, quasi furbo: capace di tirar fuori soluzioni, prototipi e adattare tecnologie già esistenti con la destrezza di un artigiano moderno. Non è solo una teoria da bar: nell’aeronautica, nello spazio, nell’energia e in tutte quelle strane parole tecnologiche roba da dottorato, questa alleanza funziona. Ma non fatevi illusioni, la partita globale corre veloce e il copione è chiaro: vince chi finanzia meglio l’innovazione, semplifica le regole senza perderci in mille cavilli e sa attrarre talenti (e, ovviamente, soldi a palate).

Nel frattempo, l’Europa, quel continente che molti considerano un enorme mall da shopping regolamentato, dovrebbe forse smettere di fare l’eterno compitino e ricordarsi che sarebbe bello – anzi, necessario – tornare a essere un attore capace di inventare, produrre e sviluppare tecnologie industriali proprie. Sarà un’idea rivoluzionaria, ma a forza di parlare solo di regolamenti… chissà se qualcuno ci pensa davvero.

Io, per caso, sono un fisico italiano che ha scelto di radicarsi in Francia, proprio in un’impresa che a Parigi si diletta a sfidare o almeno a ricordare cosa vuol dire vera capacità industriale a lungo termine. Non è una scelta romantica, ma pragmatica: in Francia esiste ancora quell’arte quasi perduta di pensare l’industria legandola a tecnologia, sovranità e – chissà – interesse collettivo.

Un esempio lampante di questa danza francese-italiana è Newcleo. Un progetto dove si mescolano tradizioni, tecnologie e competenze di entrambi i Paesi con un unico scopo: costruire energia nucleare che non solo sia sicura, ma anche competitiva e con un bassissimo impatto di carbonio. Insomma, un bel mix di utopia e tecnologia, tutto finalizzato a rompere la dipendenza europea da risorse importate che più dipendenti non si può.

Con quasi 800 persone sparse tra Francia e Italia, Newcleo si desidera presentare come la versione europea 4.0 di una filiera nucleare integrata. E occhio ai numeri, mica roba da poco: oltre 50 milioni di euro spalmati in ricerca e sviluppo in Italia con l’aiuto di ENEA, 230 milioni investiti in Francia e – dulcis in fundo – 670 milioni di finanziamenti privati raccolti fin qui. Soldi, tanti soldi, che però da soli non spiegano tutto.

La vera sfida? Mettere insieme una catena del valore europea capace di riportare il nucleare, così come una generale autonomia energetica e industriale, in cima alle priorità del continente. In questa partita, le grandi imprese transnazionali dovrebbero finalmente imparare a fare il loro mestiere: mettere in contatto ecosistemi di ricerca, filiere produttive, competenze multisfaccettate, territori diversi e, soprattutto, multilardi investitori. Solo così l’autonomia strategica europea potrà smettere di essere una vaga teoria e trasformarsi nell’arte di progettare, sviluppare e custodire qui da noi quelle tecnologie tanto sognate.

Altro che omologare tutto nel calderone unico: l’Europa risorgerà – se proprio vuole – solo valorizzando le proprie diversità nazionali e non cancellandole come fossero vecchi souvenir. Se questo suono immaginifico tra Francia e Italia diventasse davvero motore di una rinascita industriale europea, forse potremo smettere di raccontarci storie da locali e iniziare a fare sul serio.

Fondatore e amministratore delegato di Newcleo

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