Processo Regeni mette da parte l’umanità e mostra il lato oscuro della giustizia italiana

Processo Regeni mette da parte l’umanità e mostra il lato oscuro della giustizia italiana

L’aula bunker di Rebibbia si anima finalmente con la requisitoria che dovrebbe fare chiarezza sull’omicidio di Giulio Regeni. Naturalmente, non stiamo parlando solo di un banale caso di cronaca nera, ma di un processo che tenta di svelare un “metodo” ben più oscuro: quello della violenza sistematica fatta di sequestri, privazioni di diritti e torture di stato. Il procuratore aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco, di certo non ci gira intorno e ci regala una definizione limpida e netta di chi era il ricercatore friulano: “Giulio Regeni era un uomo libero.”

Un’apertura poetica per descrivere le ultime drammatiche ore di un giovane che ha varcato inconsapevolmente una linea che separa il diritto dalla pura arbitrarietà. Il 25 gennaio 2016, secondo il magistrato, Giulio entra in una zona d’ombra in cui l’unica legge è la forza bruta. Da allora non è più una persona, ma “un corpo sequestrato”, un “soggetto da piegare” e, inevitabilmente, una vittima designata di violenza gratuita e metodica.

Non aspettatevi un processo come tutti gli altri: questo, dalla sua nascita, è stato una battaglia contro il silenzio ostinato, contro la complicità tacita di chi preferiva voltarsi dall’altra parte, sperando che il tempo cancellasse ogni traccia. Un processo che non ha lesinato nemmeno sulla menzogna, combattendo ricostruzioni fantasiose e depistaggi degni del miglior cinema thriller.

“Non era una spia” – La fantomatica pista inglese smentita con fermezza

Per il procuratore Colaiocco è tempo di una presa di posizione senza appello sull’ormai celebre pista inglese. Dopo approfondite indagini che avrebbero fatto rabbrividire qualsiasi agente segreto da divano, aleggiano solo conferme di una totale assenza di prove.

Sergio Colaiocco ha detto:

“Ogni aspetto dell’attività di Giulio Regeni in Regno Unito è stato scandagliato senza risparmio. Non emerge nulla che colleghi il ricercatore italiano, né tanto meno che lo immagini come una spia al soldo di qualche oscuro apparato britannico.”

Che sorpresa! Escludere ogni coinvolgimento in giochi di spionaggio d’avanguardia è quasi offensivo per tanta fantasia spionistica gratuita che ha circolato fino ad oggi. Quindi no, non stiamo parlando di 007, ma di un giovane studioso senza alcun legame con i servizi segreti britannici o con la fantomatica Fratellanza Musulmana, che pure qualcuno avrebbe voluto tirare in ballo per alimentare complotti meravigliosamente intricati.

Privazione totale: da uomo libero a mero “oggetto”

Oltre alla privazione più estrema, quella della vita, Regeni è stato spogliato della sua stessa umanità, come solennemente ricordato dal magistrato. Immaginate un luogo senza regole, senza controlli, dove la giustizia è solo un ricordo sbiadito: ecco la realtà in cui è stato imprigionato, un mondo dove il potere si declina nell’arbitrio più brutale.

Colaiocco non si è risparmiato nel denunciare chi ha portato avanti questa barbarie: non i comuni delinquenti di strada, ma aguzzini dello Stato egiziano, uomini in divisa che hanno trasformato il loro ruolo in uno strumento di oppressione e tortura.

Quando la pubblica autorità si converte in macchina del dolore, nemmeno il singolo getta ombra sul sistema, ma è l’intero patto democratico a essere ferito. Un principio sacrosanto – che la legge si ponga sempre al di sopra dello Stato – viene calpestato senza pudore. Ecco cosa ci insegna questa terribile pagina di storia contemporanea.

Il banco degli imputati e la speranza (tenue) dei familiari

Come ciliegina sulla torta, il processo si conclude con quattro imputati di tutto rispetto: ufficiali e generali dei servizi di sicurezza egiziani accusati di sequestro di persona, lesioni e omicidio aggravato. Insomma, chi si aspettava una caccia a improbabili esecutori senza volto dovrà ricredersi.

La famiglia di Giulio Regeni, con la legittima ansia di coloro che aspettano giustizia da più di un decennio, definisce questo momento come una pietra miliare: “Dieci anni e mezzo di attesa, carichi di responsabilità e di aspettative che sono diventate più fede che semplice fiducia”. È una presa di posizione che, al netto della retorica, fotografa la fatica silenziosa di chi lotta per una verità che aveva tutto da perdere nel fango della menzogna.

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