Che sorpresa: Alex Schwazer, l’astro nascente del doping italiano, si aggiudica per la terza volta nella sua illustre carriera la palma del positivo al test antidoping. Se questa notizia vi lascia sbalorditi, aspettate: il tutto era nell’aria da almeno un giorno, ma è stato il solerte annuncio dell’Agenzia Nazionale Antidoping tedesca, Nada, a metterci la ciliegina sulla torta di ipocrisia.
Il bolzanino, cinquantenne ritardato di un atleta di prestigio ma precursore del firmamento dello scandalo, è risultato positivo all’Epo, lo stesso farmaco che nel lontano 2012 gli fece vedere gli spalti prima dei Giochi di Londra. Ovviamente, sempre “post gara” ai campionati tedeschi di maratona, esattamente il 27 aprile, un evento in cui ha stracciato ogni avversario con un tempo che potrebbe sembrare quello di un alieno: poco più di tre ore, record nazionale italiano incluso. Peccato che invece di correre libero sull’asfalto, galoppasse con qualcosa di molto più “potente” nel sangue.
Il ritorno trionfale di un ‘campione’ tanto positivo quanto controverso
Come dimenticare il primo episodio? Incredibilmente, l’acclamato “trionfo” di Schwazer aveva già un precedente sgradevole nel 2012. E non una volta soltanto, ma addirittura tre episodi per cui si sarebbe dovuto meritare un premio per “persistente dedizione al doping”. Eppure, con la grazia di una divinità dell’assurdo, il nostro eroe ha continuato a vincere – o forse a perdere – contagiando la credulità dello sport pulito.
La Germania, da sempre considerata il santuario dell’antidoping europeo, ha colto l’occasione per inaugurare l’ennesima indagine. Nulla di nuovo dunque: si è scoperto quello che tutti sospettavano, ma in modo ufficiale, per la gioia degli appassionati di ciclismo e corsa a ostacoli, che si aspettano ogni volta un nuovo drammatico capitolo della saga Schwazer.
Un record italiano con l’ombra di Epo
Ora, se si guarda al dato crudo, il tempo stabilito da Schwazer in maratona è a dir poco strepitoso. Più veloce di chiunque altro nella storia italiana. Peccato che una prestazione così “miracolosa” abbia suscitato più sospetti che ammirazione. Non è difficile immaginarlo: alcune “favole” sportive hanno bisogno di un pizzico di chimica per diventare leggenda, almeno in certi ambienti.
Il doping, insomma, non è esattamente un’ombra che si desidera sotto il superficiale splendore della gloria sportiva, ma una costante fenice che risorge nel momento migliore di ogni atleta “speciale”.



