Manifestazione mattutina a Milano, in via Pontaccio, quella del 20 giugno, dove una folla oceanica di… alcune decine di coraggiosi manifestanti ha deciso di aggrapparsi al civico 21, la sede della celebre maison di lusso sartoriale Kiton. La gloriosa azienda, nata nel lontano 1969 ad Arzano (per chi non lo sapesse, provincia di Napoli), fondata dal mitico Ciro Paone, è stata oggetto di una protesta tutta italiana, anche se in tono più contenuto rispetto a altri scenari mediatici degni di nota.
A quanto pare, la causa scatenante di tanto fervore popolare è legata a questioni di lavoro che coinvolgono direttamente i dipendenti della maison. Una piccola ribellione contro il gigante del lusso sartoriale, tutta giocata tra merletti, colori pastello e la texture impeccabile dei tessuti da sogno, che in fondo però si scontra con le pretenziose rivendicazioni sindacali. Perché da qualche parte bisogna pure che qualcuno si faccia portavoce, anche se a qualcuno potrebbe sfuggire la squillante ironia di protestare contro una casa “tutta cuciture e affari”.
Un atto di coraggio o solo una goccia nel mare del lusso?
I manifestanti, infatti, si sono radunati in un’atmosfera che potremmo definire “festosamente combattiva”, facendo sentire la loro voce tra qualche slogan più o meno intonato e cartelloni creativi degni di una galleria d’arte alternativa. La loro richiesta? Migliori condizioni, più rispetto e qualche privilegio che forse il marchio di alta sartoria non ha ancora contemplato. Perché, si sa, chi si veste di puro cashmere ed è abituato a sfilare tra i corridoi dei palazzi del potere ha pure il diritto di rivendicare qualcosa, magari in modo un po’ più rumoroso del solito.
Non è essenziale sapere se la maison abbia effettivamente deciso di trascurare i suoi lavoratori o se siamo dinanzi al solito siparietto di lotte sindacali tutte italiane, in cui più che l’oggetto della protesta conta la teatralità e il palcoscenico. Quel che è certo è che Kiton, con la sua storia leggendaria e la sua aura di eccellenza made in Italy, non è più immune da critiche e dissidi, anzi, sembra proprio essere il bersaglio preferito di chi vuole smascherare le contraddizioni di un settore che oscilla tra lusso sfrenato e rivendicazioni operaie.
Quando l’eccellenza sartoriale incontra la realtà
Così, tra una piega e l’altra del tessuto perfetto, emerge il quadro paradossale di un luogo dove stile e perfezione convivono con le tensioni di una forza lavoro che non sembra sempre tanto disposta a farsi ricamare addosso il sorriso. Perché in un mondo che esalta l’ostentazione e la ricchezza sfacciata, non è poi così strano che qualcuno scelga di sfoderare la propria voce proprio davanti a chi veste i potenti.
A questo punto non resta che aspettare la prossima sfilata di protesta sartoriale o magari una nuova iniziativa da parte di chi crede che il lusso debba avere un prezzo umano oltre che economico. E mentre il cashmere continua a scorrere sulle spalle degli aristocratici della moda, qualcuno nelle retrovie si chiede se tutto questo sia semplicemente un copione già visto o un accenno a qualcosa di più rivoluzionario.



