Curioso poi notare come questo esilio dalla normalità riguardi anche il padiglione russo alla Biennale di Venezia. Un gesto caritatevole di riconoscere che non si può far finta di nulla mentre le bombe cadono e i droni si schiantano, vero segno di una cultura condivisa tutta da riscoprire… magari in un futuro non troppo vicino.
Le fonti europee fiutano bene il senso della questione e ricordano con gusto che, per quanto qualcuno osi dubitare, il presidente del Consiglio europeo è, per i Trattati, il rappresentante naturale degli interessi dell’Unione. Tradotto: nessun leader se ne faccia illusioni, è lui il boss in fatto di relazioni con la Russia.
Nessuna normalizzazione prima della pace… o forse mai
In una squillante unanimità, i Ventisette hanno deciso che la Russia non metterà più piede agli eventi sportivi e culturali internazionali finché non torni una “pace giusta e duratura” in Ucraina. Grande novità, dirà qualcuno, ma che in realtà nasconde tutta la disperazione di dover continuare a escludere un attore importante proprio mentre si cerca un qualche tipo di dialogo.
Curioso poi notare come questo esilio dalla normalità riguardi anche il padiglione russo alla Biennale di Venezia. Un gesto caritatevole di riconoscere che non si può far finta di nulla mentre le bombe cadono e i droni si schiantano, vero segno di una cultura condivisa tutta da riscoprire… magari in un futuro non troppo vicino.
In definitiva, la strategia europea appare tutta giocata sull’esclusione e la condanna, senza lasciare troppo spazio a manovre diplomatiche più sottili, probabilmente per evitare l’inevitabile: un riavvicinamento impopolare nei tempi attuali. Meglio mantenere unita la truppa, anche se questo significa balbettare con la diplomazia e urlare con i fatti.
Al Consiglio europeo, quei simpaticoni dei leader Ue hanno deciso di fare una chiacchierata sui futuri negoziati di pace, chiedendosi come comportarsi da grandi strateghi a livello continentale. La discussione è iniziata con Volodymyr Zelensky comodamente presente, per poi proseguire senza di lui, perché si sa, si cresce anche lasciando fuori gli invitati più coinvolti. Da questa brillante conversazione è emerso il pensiero unico che il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, debba fare il “poliziotto” dell’unità. Nessuno si è alzato a protestare – chissà perché – e molti hanno addirittura sostenuto che è lui “la persona naturale” per rappresentare l’Unione, come se ce lo dettassero i sacri trattati, e ovviamente le conclusioni del Consiglio stesso non potevano che sposare questa brillante idea.
Ma attenzione, non fatevi illusioni circa i mitici “contatti” tra lo staff di Costa e il famigerato Cremlino: non si parla ancora di negoziati, eh no, nulla di sostanziale. È più un tentativo maldestro di “aprire un canale di comunicazione” con un “breve contatto di scarsa sostanza”. Quasi come dire “ci siamo fatti un caffè perché così, per educazione” più che per cambiare il destino del mondo. Inoltre, Costa ha avuto colloqui con vari leader Ue, ma nessun mandato specifico serve, perché c’è già “un mandato chiaro” dato dalle tanto amate conclusioni del Consiglio europeo e dal suo ruolo istituzionale che, fosse altrimenti, sarebbe stato un vero disastro.
I passaggi salienti dell’incontro
Da fonti non meglio precisate – perché la trasparenza prima di tutto, no? – si apprende che “diversi leader” hanno abbondantemente sottolineato come Costa sia il naturale rappresentante dell’Unione Europea. Più chiaro di così si muore.
Nel frattempo, Zelensky, con una tempistica degna di un orologio svizzero, ha parlato ai leader europei da Bruxelles, cogliendo l’occasione per tenere un discorsetto di circostanza. Ha approfittato della situazione post-Orbán per ribadire il suo impegno a diventare il miglior vicino possibile. Parole sue:
“Dopo i cambiamenti in Ungheria, c’è chiaramente una nuova opportunità per rafforzare le relazioni sia all’interno dell’Unione che tra l’Ue e Ucraina.”
Non pago, ha aggiunto l’inevitabile retorica da manuale del politico modello: “Per l’Ucraina, essere un buon vicino non è mai stato solo una questione di parole. Ora siamo pronti a lavorare il più strettamente possibile, e con rispetto reciproco, con ciascuno dei nostri vicini dell’Ue.” Ovviamente, ha ringraziato quelli che sembrano i suoi favoriti in Europa: Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia, e tutti gli altri.
Ma era quasi un’unanimità televisiva, anzi, politica, quella che accompagnava le sanzioni retoriche del Consiglio Europeo contro i recenti, drammatici attacchi russi, che hanno colpito perfino un sito riconosciuto dall’Unesco a Kiev. Per la cronaca, i “missili e droni di ultima generazione” non si sono risparmiati, provocando quelle che ora vengono definite “gravi violazioni.”
La coerenza europea a tempo determinato
Chiedersi perché tutto questo parlare si traduca raramente in azioni concrete è come aspettare che un racconto di Kafka si converta in una commedia brillante. I leader europei, tra una stretta di mano e l’altra, mostrano una maestria unica nel parlare di pace mentre sotto il tavolo si armadiscordie e si rimandano responsabilità. Antonio Costa nella gloria del suo ruolo naturale è un esempio perfetto di come la burocrazia europea riesca a fantasticare su una unità che, nella realtà, sembra più un castello di carte nelle mani di un bambino birichino.
E nel mentre, il resto del mondo osserva, magari con un pop corn in mano, godendosi questo teatrino dove si discute di “apertura di canali di comunicazione” e “mandati chiari”, termini così vaghi da sembrare formule magiche, più che passi verso una reale pace.
Poi, quando tutto sembra finito, torna in scena la sacrosanta retorica, quella che non passa mai di moda in Europa, condannando l’aggressione con parole di circostanza e rinsaldando la sacra promessa di “rafforzare le relazioni”. Perché, alla fine, nulla dice “pace” come chiacchiere, ringraziamenti ufficiali, e convocazioni di vertici che non portano a nulla.
Sembra proprio che la Russia abbia deciso di alzare il livello del gioco, trasformandosi da semplice protagonista di tensioni geopolitiche a impareggiabile regista di assurdità. Come ciliegina sulla torta, ci si è messa pure a colpire siti del patrimonio mondiale dell’Unesco, come la gloriosa Kyiv-Pechersk Lavra. Non contenta, la Federazione di Mosca si scatena in atteggiamenti sempre più sconsiderati, aggressivi, e—a volerli definire in modo elegante—poco rispettosi degli Stati membri della Unione Europea.
Insomma, sembrerebbe che il manuale base del “come guastare le relazioni internazionali” lo abbiano studiato bene e con dedizione: dalla manipolazione delle informazioni straniere fino alle oscene minacce alla presenza diplomatica europea in Ucraina, non manca proprio nulla al ricettario del perfetto guastafeste globale.
Ma aspetta, il meglio deve ancora arrivare. Nel recente episodio di cronaca (che definire da cinema dell’orrore pare quasi gentile), un drone russo carico di esplosivo decide di schiantarsi contro un edificio residenziale in Romania. E come se non bastasse, simili “incidenti” colpiscono altre nazioni Ue. Insomma, un vero e proprio regalo di fine partita firmato Kremlin, con la firma “guerra di aggressione”. Conseguenza? Sicurezza dei cittadini europei a rischio e stabilità regionale? Check e check.
Ma non preoccupatevi troppo, il Consiglio europeo non si limita a una sacrosanta condanna: ci tiene a precisare che ogni violazione dello spazio aereo e delle acque territoriali europee è tutta, ma proprio tutta, colpa della Russia. Ecco, se qualcuno nutriva ancora un dubbio su chi abbia messo il dito nella piaga, ecco la conferma senza appello.
Chiarimento doveroso: il Consiglio europeo si sbilancia convinto sul suo “incrollabile impegno” per la sicurezza degli Stati membri, tanto da far sembrare la situazione un po’ meno disastrosa di quanto in realtà sia. Ma ormai l’unità è garantita, anche se a volte sembra più un’unione di comodo contro il “nemico comune” che non una reale strategia condivisa.
Un Consiglio Europeo tutto d’un pezzo… o quasi
Sul fronte diplomatico, dopo l’ultima sessione sull’Ucraina, si chiarisce che la vera star, il naturale portavoce unico dell’Unione Europea, è proprio il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa. Una specie di supereroe delle trattative che ha il compito non proprio semplice di mantenere tutti gli europei in riga e coordinati. Perché, si sa, nulla fa più squadra di una minaccia comune contro cui porsi di traverso.
Le fonti europee fiutano bene il senso della questione e ricordano con gusto che, per quanto qualcuno osi dubitare, il presidente del Consiglio europeo è, per i Trattati, il rappresentante naturale degli interessi dell’Unione. Tradotto: nessun leader se ne faccia illusioni, è lui il boss in fatto di relazioni con la Russia.
Nessuna normalizzazione prima della pace… o forse mai
In una squillante unanimità, i Ventisette hanno deciso che la Russia non metterà più piede agli eventi sportivi e culturali internazionali finché non torni una “pace giusta e duratura” in Ucraina. Grande novità, dirà qualcuno, ma che in realtà nasconde tutta la disperazione di dover continuare a escludere un attore importante proprio mentre si cerca un qualche tipo di dialogo.
Curioso poi notare come questo esilio dalla normalità riguardi anche il padiglione russo alla Biennale di Venezia. Un gesto caritatevole di riconoscere che non si può far finta di nulla mentre le bombe cadono e i droni si schiantano, vero segno di una cultura condivisa tutta da riscoprire… magari in un futuro non troppo vicino.
In definitiva, la strategia europea appare tutta giocata sull’esclusione e la condanna, senza lasciare troppo spazio a manovre diplomatiche più sottili, probabilmente per evitare l’inevitabile: un riavvicinamento impopolare nei tempi attuali. Meglio mantenere unita la truppa, anche se questo significa balbettare con la diplomazia e urlare con i fatti.



