La famiglia è quel meraviglioso teatro di potere dove si recitano quotidianamente drammi di gerarchie, lotte intestine e redistribuzioni – o tentativi disperati – di forze e debolezze, siano esse reali o solo nel nostro cervello affaticato. Una giostra di ruoli, posizioni, sensi di colpa, denaro, cibo, nomi, parole e racconti. Equilibrio? Ah, quello è un optional riservato ai manuali di psicologia che nessuno ha mai letto davvero.
Da bambina, mi sono imbattuta in una famiglia dominata per anni da un vero e proprio tiranno domestico. E no, non era solo un capriccio dell’infanzia, era un fenomeno ricorrente. Il mio patrigno, per esempio, aveva una passione alquanto affascinante: guidare come un pazzo. Pensavo fosse una sua idiosincrasia personale, ma poi ho scoperto che è uno sport praticato da tutti i despoti del mondo, una specie di test di coraggio e dominio mascherato da guida spericolata. Ho ascoltato troppe storie simili, declinate con variazioni sul tema: auto più o meno superlusso, strade di campagna dimenticate, tangenziali, raccordi, spesso di notte, perché ovviamente i momenti migliori per fare gli pseudomammà alla guida rimane sempre la penombra.
Immaginiamoci la scena: una famiglia intrappolata in un’auto che sfreccia su una strada di montagna piena di curve, al buio pesto, con l’asfalto liscio come una pista di pattinaggio per la cipolla di cipolletta più scivolosa che abbiate mai visto. Al volante un pazzo (o almeno così sembra), uno che di solito si tiene più o meno in riga, ma che in quel preciso momento ha deciso di lasciarsi andare a un surreale cocktail di onnipotenza e incoscienza. Lui comanda, lui spaccia ordini. Se qualcosa gli sfugge, pestone sull’acceleratore, curva tagliata come una sutura mal riuscita. Eh già, anche se dietro ci sono quattro bambini senza cinture di sicurezza, perché siamo negli anni Novanta, mica ai tempi moderni.
La paura è così tangibile che nessuno osa aprire bocca. Provate a parlare e lui preme ancora di più sull’acceleratore. Magari basta una parola, un respiro sbagliato o un pensiero impuro (sebbene si stia solo cercando di sopravvivere), e la rabbia sfocia in un’altra scarica di adrenalina al volante. Silenzio tombale a parte il rumore infernale della macchina, e persino l’immobilità della nostra impotenza lo infastidisce e lo spinge a sprofondare ancora di più nel folle delirio di potere che lo avvolge. Siamo nell’alveo di un incendio psicologico, con la luce incandescente che illumina l’abitacolo, un po’ come uno show horror su quattro ruote.
Che poi, se decide di buttarci giù da un burrone, se si schianta contro un albero o fa un testacoda nel tunnel, morirà anche lui, ma a questo sembra fregargli ben poco. Forse è proprio questo il segreto del suo potere: ha meno paura di morire di tutti noi messi insieme. Gli occhi gli brillano, non di lucidità, ma di una folle consapevolezza. Lui è quello che non ha paura, quello che non trema davanti al baratro della vita. E ci tiene a ricordarcelo ogni volta, per farci capire che ciò che conta è solo il suo potere, la sua capacità di distruggere senza paura.
La sua rabbia è un gigantesco buco nero, capace di divorargli il desiderio di vivere e bruciargli il cervello. Non ha paura di morire perché, in fondo, è già morto. E proprio questo lo rende intoccabile, un’altra dimensione meno fragile della nostra. Guida quell’auto affondando nella negazione totale di valori umani come la vita e la morte. Ha rinunciato a tutto ciò che rende umani — a priori, a prescindere — e si crogiola in questa sua apocalisse privata.
Forse questa non è solo una banale storia d’infanzia. Forse ci ricorda qualcosa di più ampio, più spaventoso: che i popoli governati da tiranni altro non sono che famiglie con despoti, e noi siamo quei bambini incatenati sul sedile posteriore di un’auto guidata da un folle senza speranza e senza freni.
Chissà, forse i tiranni sono solo uomini accecati dal potere, condannati a un viaggio senza ritorno verso l’autodistruzione, e noi, spettatori impauriti e prigionieri, continuiamo a fingere che tutto sia normale.
Diventati ormai ciechi, perduti a tal punto da non riconoscere più nemmeno se stessi, o forse, invece, consapevoli e padroni del loro destino oscuro, seduti comodi sul trono del potere che da sempre ambivano a occupare—alla guida dell’auto, naturalmente—dove credono di meritare di stare e da cui si arrogano il diritto di non sentire più nessuno. Il problema è che né voi né io siamo quei bambini smarriti sui sedili posteriori dell’auto impazzita. Siamo adulti. Non abbiamo il volante, certo, ma occupiamo quel posto “privilegiato” del passeggero davanti. Proprio come mia madre, seduta lì, incapace di trovare parole o gesti per placare il pazzo alla guida, quell’uomo che lei stessa aveva scelto per fondare una famiglia. E io, invece? Non ho idea di cosa fare. Noi scrittori, in generale, siamo terribilmente lenti, sempre due passi indietro rispetto all’urgenza. Capiamo solo quando ormai è troppo tardi. La guerra riduce i poeti a figure ridicole, costrette a nascondersi sotto i tavoli o a passeggiare per strada come se tutto fosse normale, mentre con la testa sono impegnati a comporre inutili versi.
E quando alla fine ci dimentichiamo per un attimo dell’inadeguatezza del nostro ruolo, diffidate dei nostri consigli. Sì, consigli: un lusso a cui raramente ci concediamo, di solito più discutibili che mai. Suggerimenti fuori luogo, totalmente inutili. Peraltro, chi mai ascolterebbe chi preferisce fallire piuttosto che vincere, chi si interessa più a ciò che accade sul retro delle cose, dietro le facciate patinate del potere? Ma allora, qual è il vero potere delle parole, se non cambiano niente nel mondo reale? Giuro che me lo chiedo spesso. Non me lo domandavo quando ero seduta dietro, sul sedile posteriore dell’auto. Non avevo tempo per questi pensieri; cantavo sommessamente una nenia, così che gli altri bambini avessero meno paura. Guardavo il vuoto davanti a me, quel nulla nero appena rischiarato dalle luci dei fanali. Osservavo le mani di quello che chiamavano patrigno sul volante. E dentro di me cresceva un’idea incredibilmente strana, persino crudele. Non so perché, ma mi ci aggrappavo con forza, anche se non aveva nulla di rassicurante o consolatorio.
Mi dicevo che lui non l’avrebbe passata liscia, che un giorno avrei raccontato tutto, ogni singolo dettaglio di quella discesa al centro dell’abisso. Ancora oggi non capisco a cosa serva questa mia vendetta postuma—non solo contro di lui, quell’imbecille impenitente, Ubu al volante—ma anche contro il destino stesso, quella crudele tragedia che ci travolge. E a dirla tutta, ancora non colgo bene a cosa possa servire raccontare ora quello che allora sembrava solo un’idea velleitaria. Ma ecco cosa facciamo noi, cosa faccio io: proviamo a mettere parole su ciò che il linguaggio fatica a catturare, traducendo quel caos invisibile, il magma vago delle sensazioni che ci travolge.
Annie Ernaux, in un’intervista alla televisione francese un anno fa, descriveva quella sensazione agghiacciante, soffocante, l’intollerabile peso di svegliarsi ogni maledetto giorno con davanti gli orrori del genocidio a Gaza e la sensazione strangolante di “dover fare qualcosa che non si sta facendo”; un’ammissione che gioca la sua durezza proprio su chi governa — i pazzi al volante — ma anche su noi, vittime passive di questa paralisi, naufraghi nell’agonia dell’inerzia. La scrittura, per quanto impotente, può almeno dire tutto questo: raccontare l’inquietudine, l’orrore che si agita sotto la superficie della nostra quotidianità fatta di gesti piccoli, insignificanti se paragonati a ciò che succede. Dovremmo fare di più? Certo, ma la verità è che dire e scrivere non mettono in condizione di fermare l’auto impazzita. Le parole arrivano sempre in ritardo, sempre fuori tempo, spesso oltre il bersaglio. L’unico loro “vantaggio”? Durano più a lungo del tempo della forza bruta.
Prima o poi, qualcuno dovrà pur raccontare tutto questo. E, dal fondo del sedile del passeggero, noi continuiamo a contare sulla scrittura come unica forma di resistenza, per quanto fragile e incompleta.



