Che sorpresa, il Massachusetts Institute of Technology (sempre quello, immancabilmente) si aggiudica per l’ennesima volta la corona di “migliore università del pianeta” con cifre da capogiro in ricerca, insegnamento e futuro lavorativo. Lo certifica il QS World University Rankings 2027, che non poteva certo smentire la legge non scritta dei giganti accademici. Al secondo posto, giusto per mantenere un po’ di suspense, troviamo l’Imperial College di Londra, seguito dallo zio americano Stanford. Fra i soliti noti, come Oxford, Harvard, Cambridge e Zurigo, ecco spuntare, quasi a voler sembrare trendy, atenei asiatici da Singapore, Hong Kong e Pechino.
Ora, nel bel mezzo di questa lista di colossi, emerge la solita, o forse unica, “eccezione italiana”. Mentre l’Europa perde terreno – come da copione – l’Italia pare muoversi in senso diametralmente opposto, come il personaggio che non vuole saperne di seguire il gregge. Dei 47 atenei nostrani piazzati in classifica, ben 26 migliorano la propria posizione, mentre solo 15 fanno qualche passo indietro, facendo del nostro Paese l’eroe solitario dell’UE in questa battaglia di numeri.
Il progresso è così diffuso da lasciare increduli: tutte le prime dieci università italiane migliorano la loro posizione, roba che nessun altro grande sistema universitario europeo può nemmeno sognare. Il Politecnico di Milano, la nostra star del momento, si conferma il numero uno italiano per la dodicesima volta consecutiva e, con un balzo di 11 posizioni rispetto alla scorsa edizione, approda all’87° posto mondiale. Un risultato storico, il più alto mai raggiunto da un’università italiana in questo ranking. L’unico nostro orgoglio ancora presente nella top 100 globale, nonostante qualche battuta d’arresto qua e là. Negli ultimi dieci anni ha guadagnato ben 95 posti—quasi un miracolo, passando dal 182° del 2017 all’87° del 2027.
L’Italia schiera così oggi 15 università nella top 500 mondiale, contro le 12 del 2017. Un balzo notevole, soprattutto se si considera che questo progresso avviene in un paese alle prese con il solito spettro demografico in calo, una feroce competizione globale per i talenti e un disperato bisogno di innovazione. Tutto questo mentre il nostro Paese, magnanimo, continua a investire meno delle altre grandi economie nella formazione superiore. Secondo dati OCSE, la spesa per l’università rappresenta solo circa l’1% del PIL, piazzando l’Italia tristemente in coda tra le nazioni avanzate.
In parole povere: la crescita si regge sulla qualità della ricerca e sulla buona reputazione di alcune università italiane, non certo su soldi freschi. Una sorta di miracolo fragile, che convive con evidenti problemi strutturali come la scarsa internazionalizzazione, visibilità globale ridicola e difficoltà a trattenere (o anche solo attrarre) cervelli brillanti.
Gli eroi nostrani della classifica
Il prodigioso risultato del Politecnico di Milano è parte di un più vasto fenomeno che coinvolge diversi colossi italiani dell’istruzione superiore. La Sapienza Università di Roma, per esempio, raggiunge un inaspettato 111° posto mondiale, migliorando di 112 posizioni rispetto al 2017—a fargli compagnia ci pensa l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, che con la sua crescita di 85 posizioni nel decennio (ora 123°) lancia un avvertimento a chi pensava che il passato fosse meglio. L’Università di Padova si guadagna la palma del progresso più vertiginoso, salendo dal 336° al 204° posto (+132 posizioni), mentre anche il Politecnico di Torino non scherza, arrivando al miglior piazzamento di sempre: 206° (+99 posizioni).
Tutte queste università vantano il loro migliore ranking di sempre, dimostrando che l’Italia può ancora vantarsi di qualcosa nel mondo accademico. In meno di dieci anni, le prime cinque università italiane hanno migliorato la propria posizione di almeno un terzo, avvicinandosi sempre più ai vertici globali con crescite del 40-50% e oltre. Il Politecnico di Milano e la Sapienza praticamente dimezzano il gap che li separava dal gotha universitario mondiale. Nel frattempo, Bologna, Padova e Torino cementano la nostra presenza tra le prime 250 al mondo, come se volessero dire: “non siamo poi così male”.
Ma la gioia non si limita solo ai più grandi nomi: anche l’Università degli Studi di Milano fa un significativo balzo, passando dal 370° al 270° posto (+100 posizioni). Una prova che, contro ogni previsione, anche altre realtà italiane riescono a non sfigurare nel torneo mondiale delle menti.



