Nel suggestivo scenario del palazzo di giustizia di Biella, oggi si è svolta l’udienza relativa al ricorso presentato da una signora contro la gloriosa archiviazione della sua denuncia per presunti maltrattamenti e molestie sessuali sul posto di lavoro. La magistratura, nella sua infinita saggezza, ha prontamente suggerito di chiudere la pratica con motivazioni di prim’ordine, tra cui spicca la “descrizione non sufficientemente precisa” dei fatti. Un classico, insomma.
Da applaudire la perla dell’onorevole pm Dario Bernardeschi, che ha espresso seria perplessità in merito a un episodio definito “toccamento”, lamentando la sconcertante incertezza se tale gesto fosse stato “sul seno (zona erogena) ovvero immediatamente sotto”. Un distinguo accademico degno di nota, che ci fa subito riflettere sulla meticolosità con cui la giustizia affronta la differenza tra un’area del corpo e l’altra, perché si sa, i tocchi non sono tutti uguali.
L’avvocato della denunciante, Cristina Morrone, con rara chiarezza, ha fatto notare l’ineffabile rilevanza di questa precisazione, sottolineando che l’atto in sé rimane in ogni caso gravemente lesivo della sfera sessuale. Eh già, caro pm, a volte anche un tocco “impreciso” può risultare spiacevole.
La procura ha poi ammesso candidamente che esistono indizi “sulla sussistenza di condotte mobbizzanti e di molestie sessuali”, ma, sorpresa delle sorprese, la “generica confusione nel racconto” avrebbe reso impossibile formulare un capo d’imputazione degno di questo nome. Pare che il dettaglio sia la magica parola d’ordine per annullare perfino i sospetti più fondati.
Non basta: la querela sarebbe stata presentata in ritardo – perché, naturalmente, le vittime di tortura psicologica devono rispettare restrizioni temporali più rigide di chi prenota una cena al ristorante. Inoltre, secondo la curiosa interpretazione giuridica proposta, nelle imprese medio-grandi – come questa azienda con una quarantina di impiegati – non si applicano i maltrattamenti in famiglia, ma è obbligatorio rivolgersi alla più rilassante sede civile. Un vero sollievo per chi ha subito anni di vessazioni.
Cristina Morrone non si è lasciata intimidire da tanto pragmatismo, contestando con fermezza queste conclusioni. Ha ricordato che la sua assistita, già alle prese con una gravissima patologia, è risultata affetta da un “disturbo post traumatico da stress” e che proprio questa condizione ha impedito di ricostruire con precisione i fatti e collocarli temporalmente, considerando che la vittima ha lavorato in quella ditta per ben 26 anni. Proprio quei piccoli dettagli temporali che però la procura non è riuscita a gestire.
Non contenta, l’avvocatessa ha proposto l’interrogatorio di ben cinque testimoni – una mossa che suona quasi come un lusso – e ha fatto notare che si potrebbe prendere in considerazione un reato più adatto all’occasione, quello di atti persecutori, roba da manuale per certe situazioni inquietanti ma evidentemente complicate da incastrare sotto la lente della legge italiana.
La giustizia italiana tra precisini e dilazioni
Insomma, qui il quadro è molto chiaro: da una parte abbiamo una vittima con decenni di esperienza in un ambiente lavorativo che vira al tossico, con sofferenze psicologiche notevoli; dall’altra, una procura impeccabile nello scremare con la precisione di un orologiaio svizzero cosa conta e cosa no. Il risultato? Un caso che pare più un nuovo episodio di burocratese difensivo che una reale tutela delle persone. Perché, come ben sappiamo, la giustizia italiana fa più attenzione a distinguere un centimetro sopra o sotto che a tutelare chi subisce maltrattamenti quotidiani.
Benvenuti nel magico mondo dove il mobbing è accertato ma non punito, dove la precisione anatomica supera il senso di giustizia e dove le vittime devono fare i conti con una legge pensata forse per altro, ma sicuramente non per proteggerle. Un quadro che, oltre a scandalizzare, induce a riflettere sul gap tra norme e realtà lavorativa, crescita sociale e reale tutela.



