Ragazzi salvatevi la pelle mettendo il casco, se proprio vi va di sentire qualcosa oltre al vento

Ragazzi salvatevi la pelle mettendo il casco, se proprio vi va di sentire qualcosa oltre al vento

«Mio figlio non c’è più». Non si apre con un capolavoro di ottimismo il monologo del padre di Eros Gagliardi, Rodolfo, che regalano al pubblico del Tg3 solo la quintessenza della disperazione e dell’inevitabile rimpianto. Come se non bastasse la tragedia, eccoci serviti con la lezioncina paternalistica che al solito accompagna ogni incidente: «Noi genitori abbiamo sempre detto: “Eros, quando usi il monopattino metti il casco”.» Peccato che, ahimè, le auree leggi dei diciottenni prevedono che abbiano il mondo fra le mani e, evidentemente, il casco no.

Il quadro è quello classico di chi spera nel buon senso giovanile e si ritrova invece a contare un altro nome nella lista delle vittime dimenticate sul freddo asfalto di periferie che oggi, come per incanto, si stringono «attorno a un dolore inaccettabile». Parole di circostanza, perché ieri sera Eros aveva un biglietto per il concerto del suo idolo, il rapper Geolier, e un pallone con cui custodiva sogni ben più grandi di questo destino fulminante che lo ha strappato alla vita a soli 18 anni.

Pare che Eros fosse passeggero di un monopattino elettrico guidato da un amico, entrambi purtroppo senza casco, e che il mezzo abbia violentemente impattato contro un’auto guidata da una ragazza, miracolosamente risultata negativa ai test di alcol e droga. Una dinamica tristemente semplice, che assegna quasi una medaglia al merito a chi va a sbattere, mentre il povero monopattino e i suoi occupanti finiscono a fare il numero sulle cronache nere.

Non che si possa dimenticare che Eros è la sesta vittima italiana dall’inizio dell’anno in incidenti con monopattini elettrici. Strano però che, malgrado un codice della strada diventato più rigido, questa catena di disastri continui a farsi beffe di chi dovrebbe garantire sicurezza. Forse il casco rimane un optional nel grande gioco dell’illusione adolescenziale.

Il calcio, la malattia e i sogni infranti

Nel freddo Nord di Milano, il ricordo di Eros si tinge di lacrime, fumogeni azzurri e abbracci disperati. Un bomber sul campo, un ragazzo che metteva tutto l’anima nel calcio, così lo ricordano gli amici e la squadra. Ma attenzione, non era un tipo qualsiasi. Nel novembre 2022 la rivista Sprint e Sport dedicò a lui un articolo intitolato: «Il ritorno in campo dopo la miocardite: “Pensavo che tutti i miei sogni sarebbero svaniti”».

Una miocardite, ovvero un’infiammazione del muscolo cardiaco, aveva cercato di fermarlo. Ma niente da fare: Eros aveva deciso che il destino fosse un’opinione. O come dice il presidente dell’Asd Cesano Boscone Idrostar, Domenico Madaffari: «Lui ha sempre lottato, voleva tornare a calcare i campi da calcio. La sua forza di volontà ha fatto la differenza. Quel periodo con noi è stato anche un divertimento».

L’epilogo, però, è un’ennesima dimostrazione di come la vita sia beffarda: il percorso di rinascita di Eros era accompagnato dal costante sostegno di mamma e papà, che ha voluto ringraziare pubblicamente, come a dire: «Ecco quello che sono diventato, nonostante tutto». Invece la strada, quella vera, quella di asfalto e freddo, gli ha dato la sentenza definitiva: fine della partita, fine dei sogni.

Rodolfo conclude con amarezza: «Amava giocare a calcio, avevamo girato parecchi ospedali, voleva fare carriera». Era un po’ come l’ultimo verdetto della vita, che però non conosce appelli. No, stavolta non si torna indietro, non ci sono replay.

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