Il referendum che decide quante persone la Svizzera può ancora sopportare senza impazzire

Il referendum che decide quante persone la Svizzera può ancora sopportare senza impazzire
Donald Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping, recante la scritta “Rottura con l’Europa proprio ora? NO all’iniziativa SVP-Caos” a Thayngen, nella Svizzera settentrionale, in una scena che pare già uscita da un copione tragicomico.

La ricca e sempre pragmatica Svizzera, terra storicamente devota alla libera circolazione e all’investimento straniero, si appresta a votare su un quesito che definiremmo “allora vediamo di mettere un freno a questa follia chiamata crescita demografica, giusto per cambiare le cose”. Il referendum domenicale arriva dopo un decennio di spaventose incrementi popolazionistici, con un aumento del 10% fino a sfiorare 9,1 milioni di abitanti a fine 2025. E, neanche a dirlo, per la prima volta nella storia elvetica, ci sono più ultrasessantacinquenni che under 20. D’altronde, con un indice di natalità a picco e una migrazione netta in calo – probabilmente a causa di qualche divieto nuovo o della pandemia di indecisione – la situazione demografica promette scintille.

Ma come mai la Svizzera è così amata dalle multinazionali e miliardari del mondo? Grazie a una tassa – indovinate un po’ – bassa, che ha trasformato queste montagne in un’oasi per colossi come Nestlé e Novartis, oltre all’immancabile fiorente settore finanziario, dei beni di lusso e un tecnomercato che scintilla più del cioccolato svizzero.

Alla fine del 2024, il 41% della popolazione aveva un cosiddetto “background migratorio”: eufemismo burocratico per indicare immigrati e i loro figli nati a Zurigo o Ginevra. Se poi volete i numeri esatti, il 32,5% dei residenti permanenti è immigrato di prima generazione, mentre circa 1,4 milioni di cittadini UE risiedono in Svizzera, pari al 16% della popolazione. Ah, e non dimentichiamoci dei 340.000 ukraini dell’Unione Europea che ogni giorno oltrepassano il confine per andare a lavorare. Perché per la Svizzera un confine non è proprio un confine, ma più una linea guida elastica da piegare quando serve.

Una recente sondaggio ha rivelato, con esiti quasi normali, che il 52% degli svizzeri direbbe “No grazie” al limite di popolazione, mentre un irresponsabile 45% spingerebbe per metterlo in vigore. Ma come funziona questa brillante idea?

Come funzionerebbe il tetto alla popolazione?

Se per miracolo o per un adeguato colpo di coda ideale gli elettori dovessero scegliere di mettere un freno alla crescita, il Consiglio Federale svizzero e il parlamento sarebbero costretti a organizzare un vero e proprio coprifuoco migratorio fino al 2050. Fantastico, vero?

Sulla carta, qualora la popolazione superasse i 9,5 milioni, dal giorno dopo tagli drastici dovrebbero colpire i programmi di asilo e di ricongiungimento familiare. Ma, attenzione, se si dovesse arrivare al fatidico traguardo dei 10 milioni, la libertà di movimento dell’accordo con l’Unione Europea sarebbe messa a repentaglio. Certo, la Svizzera fa parte dell’area di Schengen, quell’incredibile cortesia dei confini aperti, e gode di un patto con l’UE che consente ai rispettivi cittadini di vivere e lavorare nel paese vicino – sempre che siano stati capaci di accaparrarsi un lavoro o altra entrata degna di questo nome.

È proprio l’ultradestra con il suo partito SVP (Unione Democratica di Centro) che scaglia questa “bomba” politica: chiede agli elettori di “mandare un chiaro segnale” a quei politici irresponsabili che lasciano la popolazione crescere come funghi dopo una pioggia di primavera. Il partito sostiene che anche con questo tetto, ben 40.000 persone all’anno potrebbero entrare tranquillamente in Svizzera. Tuttavia, il deputato Piero Marchesi si lamenta che l’aumento demografico abbia inevitabilmente rovinato tutto, dalla sanità agli stipendi, fino agli affitti, alla scuola e al mercato del lavoro.

Dall’altro lato del tavolo, le imprese svizzere, che finora hanno goduto dei benefici del modello d’immigrazione aperta, rabbrividiscono all’idea di questi limiti drastici. Secondo loro, un tetto così rigido metterebbe a rischio il vantaggio competitivo della Svizzera, già alle prese con una crescita lenta, una valuta forte che rende tutto più caro, una dilagante disinflazione e, per giunta, i dazi imposti dal presidente Donald Trump dagli Stati Uniti – insomma, una tempesta perfetta.

L’associazione Economiesuisse, mega lobby economica con tra i suoi iscritti giganti come Amazon Web Services, Roche, Google e Johnson & Johnson, si oppone fermamente all’iniziativa del tetto. Il capo economista Rudolf Minsch ha sintetizzato splendidamente in una dichiarazione inviata via mail che la prosperità svizzera si regge sul trio: “apertura, innovazione e solide relazioni economiche con l’Europa”. E non poteva mancare la nota di buonsenso politica:

Rudolf Minsch said:

“Capire le preoccupazioni su abitazioni, infrastrutture e crescita demografica è fondamentale, e queste sfide richiedono soluzioni politiche pragmatiche. Mettere limiti rigidi all’immigrazione non è la risposta giusta, soprattutto se rischia di compromettere gli accordi bilaterali con l’Unione Europea, vitale per l’economia svizzera.”

Nonostante tutto, Minsch ammette che l’economia elvetica dipende in modo crescente da lavoratori stranieri altamente qualificati, i veri e propri ingranaggi nascosti del prodigio svizzero. Insomma, la Svizzera non è pronta a chiudersi nel piccolo mondo dorato che ha costruito, almeno non senza un pugno di ferro e qualche dubbio amletico.

Svizzera come un tranquillo paradiso alpino fatto di orologi di precisione, cioccolato impeccabile e banche inattaccabili, preparatevi a rivedere il vostro stereotipo. Perché nel bel mezzo di questa sinfonia di efficienza, si sta consumando un dibattito tutt’altro che sereno sulla popolazione e l’immigrazione, che rischia di far saltare il banco (e non solo quello degli investimenti).

Il leader della Nestlé, Philipp Navratil, ha preso parola in occasione del Swiss Economic Forum, dove ha diplomatica ma fermamente sottolineato che l’imposizione di restrizioni maggiori sull’immigrazione sarebbe la ricetta perfetta per la decadenza. Innovazione, crescita, competitività? Tutto andrebbe a farsi benedire, senza contare le difficoltà che le aziende incontrerebbero nel tentativo di attirare talenti internazionali da tutto il mondo.

Navratil ha tenuto a precisare che la Svizzera resta una calamita irresistibile per gli investitori esteri, ma quella posizione privilegiata è tutt’altro che scontata: si tratta del frutto di lavoro duro e riforme coraggiose, non di un dono divino sceso dalle vette del massiccio alpino.

Citando i numeri della sua stessa azienda, il CEO ha ricordato di avere nove stabilimenti e tre centri di ricerca in Svizzera, dove ancora oggi si concentra la maggior parte della ricerca e sviluppo, un fenomeno che perdura da ben 160 anni. Ma attenzione, non è solo una questione di infrastrutture o impianti: affidabilità, qualità e talento svizzero restano gli ingredienti magici, intrecciati a condizioni quadro di business tanto rigorose quanto irresistibili per chi ha un orizzonte globale.

In una scena quasi surreale, alcune figure della Swiss People’s Party si sono schierate accanto a uno striscione con la scritta in tedesco “No 10 milioni di Svizzera! iniziativa per la sostenibilità”, mostrando quanto la problematica demografica sia ben lontana dall’essere pacificata.

Nel frattempo, il CEO di UBS, Sergio Ermotti, ha espresso preoccupazione per “iniziative estreme” che potrebbero scardinare l’equilibrio sociale. Serissimo nel sottolineare che il 30% della popolazione svizzera è nata all’estero, quasi come in Australia e il doppio della Germania, Ermotti osserva che questa realtà provoca qualche “frustrazione” nella società. Tuttavia, chiudersi a riccio non sarebbe certo la soluzione per sanare il malcontento.

La UBS, si sa, non è proprio una società qualsiasi: oltre 33.500 persone lavorano per essa solo in Svizzera. Perciò, le sue preoccupazioni sono tutt’altro che campate in aria. D’altronde, erigere muri dove servono porte ben spalancate sembra un’idea che sa tanto di ritorno al passato, poco adatto a chi deve fare affari nel mercato globale.

Dal canto suo, il professor Joao B. Duarte, economista presso la Nova School of Business and Economics in Portogallo, in una mail ai media ha spiegato come un tetto demografico non sarebbe solo una pratica ottusa, ma una vera e propria catastrofe per la credibilità del paese. Se le imprese temono di perdere l’accesso a manodopera europea, cominceranno a spostare investimenti ben prima che le festività siano concluse.

Duarte ha portato come esempio lampante il Brexit, quel capolavoro di pianificazione secondo cui chiudere le frontiere all’UE portava a una transizione “morbida” verso l’autosufficienza. Peccato che il risultato sia stato solo carenze in settori produttivi, difficoltà nel reclutare personale e maggiori costi, viste le elasticità del mercato del lavoro europeo.

Infine, l’economista ha ricordato che l’UE è il partner commerciale principale della Svizzera, e che la libera circolazione delle persone è strettamente legata a quell’universo di accordi bilaterali che permettono alle aziende elvetiche di accedere, come in una corsia preferenziale, ai mercati comunitari. Se si dovesse passare al “sì” e quindi dire addio alla libera circolazione, il caos migratorio sarebbe solo la punta dell’iceberg. Dimenticatevi dunque solo l’immigrazione: si aprirebbe una voragine nei rapporti economici tra Svizzera e UE, forse irreparabile.

Un quadro che lascia un unico interrogativo sospeso: sarà la genialità elvetica a trovare un compromesso o questa volta l’orologio si fermerà su un’ora insolita, quella del disastro certo? Restate sintonizzati, perché la commedia della “Svizzera sobria” ha appena preso una piega tragicomica.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!