Ah, la grande arte del dissenso universitario: bruciare le immagini di personaggi pubblici per dimostrare quanto si è profondamente contrari. Questa volta tocca a Matteo Salvini, celebrato attraverso un’incandescente performance davanti alla facoltà della Sapienza di Roma. L’occasione è un’iniziativa tanto simbolica quanto clamorosamente prevedibile, organizzata dalla brillante mente collettiva di Cambiare Rotta, quella stessa organizzazione studentesca che si sta già preparando per la manifestazione del 13 giugno contro il raduno della “remigrazione” – un concetto alquanto gustoso da analizzare a mente fredda – previsto nella Capitale nello stesso giorno.
Come se bruciare immagini non fosse abbastanza, da un edificio dell’ateneo è stato srotolato un sms di pace universale e fraternità: “Respingiamo guerra, razzismo e sfruttamento. Il 13 giugno tutti in piazza.” Un messaggio pieno d’amore e comprensione, da non perdere, vero? Perché nulla dice “risolviamo i conflitti con dialogo” come un bel rogo sotto la statua di un politico.
Il folklore della protesta studentesca
Non possiamo ignorare quanto sia affascinante scoprire che la protesta diventi spettacolo e rito collettivo. Da una parte, dichiarano guerra a “guerra, razzismo e sfruttamento” – un po’ come i paladini della pace che odiano la guerra… — dall’altra, scelgono proprio il simbolo più acceso di una politica controversa come il pupazzo da bruciare. È sempre così, no? Le grandi rivoluzioni cominciano con fuochi d’artificio metaforici piuttosto rumorosi e visivi, spesso non proprio dissimili da quelle spettacolarizzazioni da carriera politica fallita.
È pure divertente osservare che la data del 13 giugno scelga di incrociarsi con una manifestazione altrettanto carica di ideologia, ovvero quella contro il corteo per la cosiddetta “remigrazione”. Parole che sembrano uscite da un manuale di contraddizioni ben orchestrate: combattere razzismo e sfruttamento invocando proprio proteste che rinfocolano tensioni su migrazioni e identità. Un vero capolavoro di coerenza politica, insomma.
Cambiare Rotta e il fascino dell’autoesclusione
Cambiare Rotta, quel fior fiore di organizzazione studentesca pronta a marciare in piazza e giocare col fuoco simbolico (letteralmente), ci regala un mix irresistibile di pacifismo di facciata e radicalismo estetico. Brucia l’immagine del leader politico, ma spera di conquistare il cuore e la mente di una società che, ironicamente, appare sempre più stanca di queste sceneggiate dal sapore antico.
Dal tetto del mondo universitario, o meglio, dal tetto di un edificio della Sapienza, arriva dunque un grido che suona come una missione impraticabile: “Respingiamo guerra, razzismo e sfruttamento”. Sembra quasi una lista della spesa per una lotta alla Disneyland del politically correct, dove serve solo un po’ di più di spettacolo per sentirsi finalmente “attivi” in una battaglia dal sapore epico. Peccato che il fuoco acceso di certe proteste finisca spesso col bruciare più credibilità che le immagini.
Insomma, tra roghi simbolici e striscioni dal tetto, la Sapienza si conferma palcoscenico ideale per il teatro civile made in 2026, dove la coerenza si fa scegliere tra una buona dose di contraddizione e un’esibizione costante di quanto sia facile far parlare di sé anche – o soprattutto – a discapito della logica.



