Da allora, però, la litigiosità prende la via della discesa, probabilmente vittima sacrificale di strumenti di risoluzione alternativa e dell’aumento dei costi che fanno dire alla gente “Meglio lasciar perdere”. Nel frattempo, la giustizia penale, pur crescendo nel secondo dopoguerra, continua a essere un cinema di metà prezzo grazie agli interventi di amnistia e depenalizzazione che svuotano le aule con la grazia di un prestigiatore consumato.
I crimini si comportano come una rock band con cambi di formazione costanti. Lesioni personali e percosse? Un vero rollercoaster: scendono fino al 1941, risalgono come i prezzi dopo gli anni ’50 (anno in cui rappresentavano circa un quinto dei reati perseguiti penalmente) e poi rispuntano con vigore dopo il 1990, quasi a dire “non ci avete mica dimenticato”.
Le accuse che dominano la scena attuale? Sorpresa! Sono quelle contro il patrimonio. Se tra il 1880 e il 1900 rappresentavano un modesto 28% del totale dei reati denunciati, un secolo dopo superano tranquillamente il 60%. Non è certo un numero per cui fare festa, ma almeno è coerente col fatto che la ricchezza economica e il caos urbano abbiano trasformato un po’ tutti in potenziali bancomat ambulanti.
Le rapine e i sequestri? Seguono diligentemente l’andamento dei furti, con ispirati picchi subito dopo i grandi conflitti mondiali. Che sia il modo in cui la società italiana dice “grazie per la pace”?
Omicidi: un trend che piace all’Europa
La progressiva diminuzione di omicidi tentati e consumati, un tempo ratio di uno stato civile, ha avuto qualche inciampo dovuto alle due guerre mondiali. Ma non preoccupatevi, gli anni ’70 e ’80 hanno aggiunto un tocco di vivacità grazie all’esplosione della violenza politica e alle organizzazioni mafiose che si sono impegnate a far salire i numeri, facendoci raggiungere un picco da primato nel 1991. Da allora? Italia e compagni europei si contendono il primato di continente con il tasso di omicidi più basso. Un applauso a noi e agli altri, ma soprattutto al silenzio dell’arma da fuoco che pare essersi presa una pausa.
L’evoluzione di questi omicidi sembra avere persino un curioso dettaglio di genere: la mortalità maschile balla sulle montagne russe, mentre quella femminile, immancabilmente, rimane piatta, col valore di 0,8 per 100.000 donne nel 1991 che si dimezza appena nel 2024. Nessuno scandalo, grazie.
Furti e auto in agguato: l’Italia a tutta velocità
Se l’argomento sono i reati contro il patrimonio familiare, non possiamo non sottolineare con orgoglio la leadership italiana nei furti di autoveicoli e quelli in abitazione. Non che dobbiamo vantarcene, ma siamo qui, nel bel mezzo dell’Europa, col triste primato di ‘più colpiti’. Per fortuna, gli ultimi trent’anni hanno segnato un calo significativo, come se l’italiano medio avesse deciso di lasciare la porta di casa aperta più spesso, forse per fare amicizia con i ladri.
Va anche ricordato che parlare di denunce come oracoli della criminalità è un po’ come giudicare la fame globale dal numero di che si iscrivono alle diete. La voglia di sporgere denuncia è un fenomeno ai limiti della magia metereologica: cambia con il luogo, col tempo, e persino con l’umore della gente. In Italia, l’apparente calo delle denunce per furto in casa è presumibilmente un’illusione causata dall’aumento di chi decide finalmente di dire “Basta!”.
Liti, tribunali e la grande giostra della giustizia
Passando alla litigiosità, ovvero il numero di procedimenti civili depositati in tribunale rapportati alla popolazione, si tratta della domanda di giustizia, o meglio, dello sfogo sociale collettivo. Dopo una fase di crescita entusiasta nei primi decenni post-unificazione – quando i tribunali amalgamavano più o meno tutto – il quoziente di litigiosità decide che è il momento di smorzare un po’ l’ardore e cala, con due minimi quasi da meditazione zen durante gli anni bellici. Peccato che dagli anni Settanta torni con il vigore di un adolescente ribelle.
Il 2011 segna un epocale cambio di gioco: ampliando il perimetro di osservazione, i procedimenti civili sembrano triplicare in un colpo solo, come a dire “Ecco la verità, e vi si mostra tutta insieme!”.
Da allora, però, la litigiosità prende la via della discesa, probabilmente vittima sacrificale di strumenti di risoluzione alternativa e dell’aumento dei costi che fanno dire alla gente “Meglio lasciar perdere”. Nel frattempo, la giustizia penale, pur crescendo nel secondo dopoguerra, continua a essere un cinema di metà prezzo grazie agli interventi di amnistia e depenalizzazione che svuotano le aule con la grazia di un prestigiatore consumato.
La popolazione carceraria in rapporto agli abitanti in Italia si è più che dimezzata dai tempi post-unitari a oggi, un calo che qualcuno potrebbe definire come un miracolo della giustizia, o forse solo un intricato gioco di numeri. Curiosamente, proprio come la criminalità violenta, il tasso di incarcerazione raggiunge il suo picco nel 1875 con la bellezza di 270 detenuti ogni 100mila abitanti, per poi iniziare una lunga e vertiginosa discesa. Naturalmente, questa piacevole tendenza ha avuto una breve interruzione nel biennio di grazia successivo alla Prima Guerra Mondiale, periodo in cui i detenuti, si presume, erano più cortesi e uscivano più rapidamente dalle prigioni, grazie a un indice di turnover (ossia la durata media della detenzione) assai ridotto.
Dopo il consolidamento del regime fascista e la promulgazione del famigerato Codice penale Rocco, la carcerazione ha subito un primo decremento, accompagnato da detenzioni di breve durata. Chi l’avrebbe mai detto: un dittatore che, tramite leggi severe, riesce però ad alleggerire la popolazione carceraria? Magia. Vale la pena ricordare che la storia della detenzione in Italia fino al 1992 è stata un susseguirsi di decine di provvedimenti di clemenza, ovvero amnistie e indulti vari, praticamente la versione penitenziaria delle “vacanze” gratuite. Dopo il 1992, però, ci siamo consolati con un unico, glorioso indulto nel 2006, che ha probabilmente fatto gioire più qualche portafoglio che qualche detenuto (Figura 4).
Nel secondo dopoguerra, la tendenza alla “clemenza” e alla moderazione si è dissolta, e il numero di detenuti si è appiattito su livelli medi europei, stabilizzandosi negli anni ‘70 attorno ai 50 detenuti ogni 100mila abitanti. Oh, ma attenzione all’uso intensivo di custodia cautelare e carcere preventivo, veri e propri grimaldelli per gonfiare l’indice di turnover. Poi, con l’arrivo degli anni ’90, la libertà è di nuovo messa in quarantena: il tasso di incarcerazione risale alle glorificate cifre del periodo giolittiano, ma con un twist tutto moderno, cioè con un indice di turnover che, inspiegabilmente, scende, perché sì, adesso si punisce per più tempo.
Come è possibile? Ovviamente grazie alla sapiente e illuminata applicazione di misure alternative alla detenzione per pene inferiori a una certa soglia, introdotte soprattutto dal 2014. Il risultato? I detenuti restano in carcere più a lungo, ma sono quelli con i reati più gravi o addirittura con diverse imputazioni a loro carico. Praticamente, una selezione naturale al contrario (Figura 4).
Circa il 95% dei detenuti è di sesso maschile, una piacevole sorpresa per chi sperava in parità di genere anche dietro le sbarre. Dall’inizio degli anni ’90, anche le poche madri con bambini sotto i tre anni che non godono di pene alternative hanno dovuto fare i conti con l’asilo nido istituzionale dentro le mura carcerarie. Nel frattempo, la vita dietro le sbarre è stata stravolta a colpi di nuove attività trattamentali previste dall’ordinamento penitenziario, che ha riscoperto la formula magica di lavoro e istruzione per il reinserimento sociale. Quanto tutto ciò serva, lo dicono i numeri, visto che il tasso di suicidi in carcere supera costantemente di 10 volte quello fuori e che nel 2022 ha raggiunto un picco da far impallidire ogni statistica, con 19 volte il rischio rispetto all’esterno.
Un esercito di misure esterne e una popolazione carceraria in trasformazione
Chi pensava che le misure penali esterne fossero una passeggiata tranquilla si sbagliava di grosso: sono state invece un’arma fondamentale per contenere l’esplosione della popolazione carceraria, soprattutto per chi violava il Testo unico degli stupefacenti. E qui ci tocca sorprenderci: nonostante un continuo aumento di denunce e arresti per droga tra il 1990 e il 2009, il numero di detenuti per questi reati è rimasto relativamente sotto controllo. Come è possibile? Semplice, grazie a una massiccia applicazione di misure alternative. Una sorta di “ti punisco ma stai fuori”, che ha evitato alle carceri italiane di trasformarsi in un gigantesco vivaio di tossicodipendenti (Figura 5).
Paradossalmente però, nello stesso periodo la presenza di stranieri dietro le sbarre è aumentata in modo considerevole, ovviamente legata all’aumento dei flussi migratori. Già si può immaginare il dibattito politico: più migranti, più carcere. Nello stesso decennio un’ondata di durezza si è abbattuta sulla normativa penale, con pene più severe per i recidivi e pene medie più alte per tutti. Non proprio il modo migliore per alleggerire le prigioni, direi. Ironia della sorte, queste misure più severamente “umane” hanno avuto il magico effetto di compensare ogni lieve beneficio ottenuto dalle misure alternative. Insomma, il carcere è rimasto pieno come prima (Figura 5).
Il trattamento penale minorile: una storia a parte
Per quanto riguarda i giovani detenuti, la storia si dipana con un ritmo tutto suo. La discesa del numero di minori incarcerati inizia nel Novecento, subisce una brusca interruzione durante il regime fascista, e poi torna a riprendere con vigore negli anni ’50, proseguendo fino ai livelli minimi attuali (Figura 6). Paracadute illuminante, non trovate?
Il famigerato Codice Rocco del 1930, sempre lui, ha introdotto una fascia d’età – dai 14 ai 18 anni – in cui il minore poteva diventare imputabile, certificando la sua “maturità”. Come dire, il minore buono è quello che dimostra di esserlo, altrimenti si torna alla dura realtà della giustizia penale. Inoltre, la sua mancata imputabilità non equivaleva certo a essere liberati: anche senza il carcere, non significa affatto l’assenza di conseguenze penali.
Con la seconda metà degli anni ’50, per magia (e forse un pizzico di buon senso), sono nati i presidi dei servizi sociali minorili, e finalmente si è smesso di imbottigliare tutti nei riformatori, cancellati poi definitivamente con la famosa riforma della giustizia minorile a cavallo degli anni ’80. Oh, progresso! Provate a immaginare: da allora, la detenzione per i minori è diventata una specie di emergenza residuale nel sistema penale, mentre la vera star è diventata la miriade di minori “assistiti” dai servizi sociali con un’area penale. Che successo, eh? E da metà anni 2000 sono pure in aumento. Complimenti a tutti.
Dati e Approfondimenti: Quel fantastico archivio di numeri
Se siete appassionati di raccolte orgogliose di dati storici sulla giustizia in Italia, tadaaaaan: esiste un sito ufficiale dove – miracolosamente – vengono aggiornati. Peccato che la lettura richieda una pazienza sovrumana. Nel frattempo, vi citiamo qualche fonte che fa tanto intellettuale serio, così per fare scena: Istituto Nazionale di Statistica, Biblioteca di testi come “La criminalità in Italia” (che suona intrigante ma forse vi farà solo venire un torcicollo), perfino statistiche ottocentesche sulle morti e omicidi, perché mica si scherza.
Ecco un piccolo elenco da nerd della giustizia che vi farà dormire sonni tranquilli: morti per cause criminali nel 1916, le ricerche di un certo Spallanzani, e addirittura manuali ONU declinati all’arte oscura delle indagini sulle vittime. Insomma, se pensavate che le statistiche fossero solo numeretti buttati lì, vi sbagliate di grosso.
La delinquenza? Meno male, sta scendendo (ma non troppo)
Incredibile ma vero, la nostra amata Italia ha visto una drastica caduta delle condanne per infanticidio, ora una misera frazione di 0,1 ogni 100mila nascite al posto del misero 3,9 di un tempo. Ovviamente, questo grazie alla meravigliosa “accettazione sociale” dei figli nati fuori dal matrimonio. Che rivoluzione morale!
Detto ciò, chi tiene le fila delle statistiche del crimine sa benissimo che le fonti a disposizione sono una specie di zoo: ci sono i dati delle denunce (quando la polizia si sveglia e decide di informare la giustizia), quelli relativi all’inizio dell’azione penale, le sentenze (con quel magnifico mondo delle condanne definitive) e, last but not least, le informazioni sui detenuti. Insomma, un calderone caotico dove il dato più “fresco” sarebbe quello nei pressi del momento del reato, ma siccome siamo in Italia, si fa quel che si può.
Per darvi un’idea del “miglioramento”, si era un po’ persa la conta dei tentati omicidi nel lontano 1958: allora c’erano 1,8 tentati ogni omicidio consumato, oggi, nel 2024, siamo addirittura a 3,5. Una statistica che fa rabbrividire… o forse no.
Tra omicidi e furti: la magia delle statistiche
Quando si tratta di paragonare gli omicidi tra paesi, ci si aggrappa a dati delle denunce di polizia – perché l’inizio dell’azione penale, poi, è un campo minato giudiziario, con decisioni e procedimenti che variano più di un cambio di governo. Come se non bastasse, le serie storiche sul panorama internazionale sono così scarse che si ricorre alle statistiche sanitarie sulle cause di morte. Ecco che la scienza della statistica diventa arte!
Per i furti? Ah, quelli raccontano storie diverse: i furti di veicoli sembrano essere scesi linearmente, un successo lineare che farebbe impallidire i matematici, mentre i furti in appartamento… beh, hanno fatto un gigantesco picco post crisi del debito, superando i 255mila casi, per poi tornare a scendere come se niente fosse. Che montagna russa emozionante!
Le indagini campionarie: quando la realtà supera il racconto ufficiale
Le cosiddette indagini campionarie, sempre più di moda, cercano di stimare quanti crimini avvengono realmente, senza farsi fregare dal fatto che vengano denunciati o meno – perché si sa, in Italia la voglia di sporgere denuncia è roba da eroi. Nel mondo anglosassone queste indagini esistono dagli anni ’60 e arrivano qui da noi solo a fine anni ’80, con qualche edizione sparsa. L’ultima del 2022-2023, è stata un capolavoro di burocrazia e tecnica secondo gli standard ONU, per darvi un’idea precisa di quanto siam bravi a raccogliere dati.
Come dimenticare l’impareggiabile talento di Lanza, il nostro eroe della giustizia che ha deciso che i tribunali civili sono la nuova frontiera delle battaglie legali? Non una scelta da poco, considerando che i dati dopo il 2011 ci buttano addosso il pacchetto completo di procedimenti di cognizione, mentre quelli precedenti si limitavano ingenuamente ai soli procedimenti di cognizione ordinaria, senza menzionare quelli del lavoro o le controversie agricole. Ma chi si sorprende, davvero?
Ah, il tasso dei sopravvenuti: quel rapporto tra il numero dei procedimenti iscritti nel registro dei reati e il numero di abitanti. Un enigma degno di sfide matematiche, ma così affascinante se si considera l’inarrestabile crescita di cause e processi che affollano le aule giudiziarie.
Naturalmente, tutto questo è regolato meticolosamente da leggi che sembrano uscire da un libro antico e polveroso, come la legge 24/11/1981, n. 689 e il D.Lgs. 30/12/1999, n. 507. Ma chissà, forse hanno un senso nascosto che sfugge al comune mortale.
E pensate un po’: con l’incredibile audacia del Regio decreto 6133 del 30/06/1889 entrato in vigore nel 1890, abbiamo avuto il piacere di abbracciare un nuovo codice penale. Evidentemente l’antico non era abbastanza complicato, o forse solo un po’ noioso.
Le statistiche carcerarie fanno impallidire qualsiasi thriller: in Inghilterra, Galles e Francia negli anni ’50 il tasso di carcerazione saliva ma rimaneva comunque sotto i 60 detenuti ogni 100mila abitanti. In Svezia? Addirittura sotto i 50! Solo in Spagna gli anni ’50 hanno visto un tasso superiore, ma così rapidamente si è dimezzato che quasi non è nemmeno degno di nota rispetto al nostro stabile primato medio di 75 detenuti ogni 100mila abitanti. Chapeau per la discrezione.
Tra le meraviglie legislative, a partire dalla legge 10 20/02/2014 abbiamo assistito a un fenomenale ampliamento delle misure alternative alla detenzione. Ovviamente, con l’intelligente paradosso che alcuni detenuti, nonostante commettano crimini minori, sono esclusi da queste misure per “motivi diversi”. Un sistema così lineare da far impallidire Newton.
Negli anni ’90, la presenza degli stranieri nelle carceri era, diciamo, “un po’ sproporzionata” rispetto a quella degli stessi stranieri denunciati o condannati. Ma oggi? Tutto è tornato miracolosamente in linea, con una quota di detenuti stranieri che si allinea perfettamente a quella dei condannati e addirittura supera di poco quella di chi viene denunciato. Fantastico come la matematica possa essere così elastica.
Sentite questa perla: la riforma dell’articolo 99 del codice penale, con la legge 251/2005, imponeva aumenti di pena da applicare automaticamente ai recidivi. Ma attenzione, la Corte Costituzionale è intervenuta con la sentenza 185/2015 per dire “tutto un po’ troppo meccanico, eh”. Una riforma che sembra più un balletto tra punizioni automatiche e buon senso giudiziario.
E per i più piccoli, il codice penale Zanardelli del 1890 (sì, proprio ottocentesco) fissava a 9 anni il limite per l’imputabilità, ma lasciava aperto il giudizio sul “discernimento”. Un capolavoro di ambiguità giuridica che probabilmente ha tenuto occupati molti giudici con interpretazioni creative.
La legge del 15 luglio 1956 n. 888 ha aggiunto una spruzzata di assistenzialismo e rieducazione per i minorenni, menzionando cose come il servizio sociale minorile e istituzioni come i Centri di Prima Accoglienza. Tutte belle idee, da applausi, che però sembrano più una lista della spesa che una strategia coerente. Il DPR 488 del 22/09/1988 e il Decreto legislativo 272/1989 hanno cercato di mettere ordine, ma sappiamo tutti come finiscono queste cose.
Un panorama giudiziario dal fascino perturbante
Insomma, dietro il sipario della giustizia si nasconde uno spettacolo che farebbe invidia a qualsiasi soap opera: dati che si spostano e oscillano come montagne russe, leggi che si rincorrono e si correggono a vicenda, e una serie infinita di paradossi più o meno palesi. Non stupisce che il cittadino medio guardi con una certa dose di scetticismo – o divertito rassegnato – alle sorti di questa meravigliosa macchina della legge.
E mentre le corti tengono il ritmo fra codici antichi, sentenze costituzionali e novità legislative, noi possiamo solo osservare e, perché no, sorridere di quel turbine di contraddizioni che chiamiamo sistema giudiziario. Dopotutto, non è forse tutto questo il sale della democrazia?



