Milano insorge per il bar di piazza Duomo dove le regole sembrano un optional

Milano insorge per il bar di piazza Duomo dove le regole sembrano un optional
Milano, uno dei luoghi più implausibili per vedere la miseria nascosta, spunta la storia di almeno tre lavoratori stranieri appena sbarcati nella penisola, coinvolti in un’ennesima sceneggiatura di sfruttamento in un bar-ristorante di piazza del Duomo. Ecco il copione: turni di lavoro che superano largamente le 36 ore settimanali previste dal contratto del turismo, ferie proibite come se fossero una specie di lusso medievale, e, per uno dei poveri protagonisti, addirittura la miseria più classica: il mancato pagamento del salario.

La trama degradata si snoda tra il 2016 e il 2019, gli anni d’oro della trasparenza, secondo quanto emerge dalle denunce di uno dei lavoratori del tristemente celebre Pina Restaurant Cafè, i cui locali affacciano nientemeno che sulla rinomata piazza del Duomo, simbolo del bello e del ricco Belpaese. Nel cast dei sospettati due nomi che aggiungono il classico tocco di surrealismo alla vicenda: la signora G.M.T., 59 anni, rappresentante legale della società – e parente di un ex poliziotto con curriculum molto… movimentato (killer per il clan Flachi-Trovato, poi pentito, perché la vita è sempre piena di sorprese). E, in un improbabile duo, il responsabile operativo, un libanese di 46 anni, a cui è stato notificato l’avviso di chiusura delle indagini solo ora, dopo anni e anni di latitanza burocratica causata dalle simpatiche carenze di personale negli uffici giudiziari milanesi. Perché la giustizia è lenta, ma lo sfruttamento no.

Le mille meraviglie delle violazioni contestate

Tra le verdissime pratiche di gestione aziendale, spiccano pagamenti in nero, palk sproporzionate rispetto alle fatiche richieste e un’irriverente inosservanza del contratto a 36 ore settimanali. La bad news per uno degli sfortunati lavoratori inquadrato come operaio di sesto livello? Non solo essere forzato a lavorare quasi come se certe regole non esistessero, ma un bel divieto di godersi ferie e permessi. Dimentichiamoci solo per un attimo che viviamo nel XXI secolo e stiamo parlando d’Italia, patria riconosciuta dei diritti dei lavoratori…

Come se non bastasse, le norme più elementari legate alla sicurezza sul lavoro e ai controlli sanitari sono state probabilmente considerate come inutili ghirigori burocratici da parte dei responsabili. Un “piccolo” secondo lavoratore è finito sotto indagine per la violazione della normativa sulla sicurezza, mentre il terzo, inquadrato “part-time” a 20 ore settimanali, si è beccato la grande soddisfazione di non ricevere nemmeno un euro di paga. Magari gli hanno consigliato di trovarsi un hobby… non un lavoro.

Questa storia ci insegna che dietro le eleganti vetrine di piazza del Duomo si nascondono trame ben diverse da quelle da cartolina. E soprattutto, che la parola “diritto” sembra diventare una di quelle leggende metropolitane che nessuno osa più raccontare. Nel frattempo, la giustizia, quella coi tempi da bradipo, procede a passo di lumaca, perché in fondo, cosa sono tre anni per chi tiene per le redini storie di umanità dimenticata?

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