Ah, la meravigliosa idea di spostare il peso delle tasse da lavoratori e pensionati ai tanto amati grandi capitali: un colpo di genio tutto italiano, il trionfo della “eguaglianza”. Nel frattempo, i poveri contribuenti scoprono che il valore di quei bei lasciti ereditari – quelli che dovrebbero essere tassati per una giusta redistribuzione – è schizzato alle stelle, mentre il gettito fiscale proveniente dalle successioni scende come una pera marcia.
In altre parole, i ricchi continuano a lasciare casse piene di soldi ai figli, che stranamente riescono ad evitare di versare un centesimo allo Stato. Ma non temete, c’è sempre quella magica “riforma del catasto” come soluzione universale pronta a risolvere ogni singolo problema: peccato che tra promesse vaghe e rinvii continui, il nodo rimanga irrisolto, avvolto in un’atmosfera da teatrino politico da cui emergono più contraddizioni che certezze.
Una riforma del catasto? Ma quando mai?
Il famoso catasto, quel magico setaccio con cui dovremmo finalmente grabbare il valore reale degli immobili, appare sempre più come l’ennesima promessa nebulosa. Perché, ovviamente, aggiornare le rendite catastali significherebbe mettere le mani salate nelle tasche di chi invece ha molti meno scrupoli a sperperare patrimoni. Chi, dunque, ha interesse che questa riforma venga fatta? Spoiler: nessuno.
Nel frattempo, il grosso delle tasse rimane sulle spalle di chi guadagna pochi euro al mese, tra lavoratori e pensionati schiacciati da un fisco che non perdona. A sentire certi politici, però, spostare la pressione fiscale sui grandi capitali sarebbe la panacea di tutti i mali, una vera rivoluzione sociale. Peccato che dai proclami alla realtà il salto sia più lungo di un tonno in salto di pesca.
Le eredità se la ridono mentre i poveri pagano
Intanto, le eredità – oggetto sacro e inviolabile per molti – aumentano di valore come se fossimo in un mercato immobiliare in pieno boom. Ma stranamente il gettito fiscale, quello che dovrebbe salire di pari passo, cala. Come mai? Facile, le scappatoie offerte dal sistema insieme a una legislazione traballante fanno sì che il Fisco sia sostanzialmente un ospite indesiderato a ogni passaggio generazionale.
È più semplice fare il furbetto, evitare la tassa sulla successione e preservare il patrimonio. Così, mentre il popolo si indebita e lotta per arrivare a fine mese, chi eredita grosse cifre vede brindare il proprio conto in banca. Un capolavoro di giustizia sociale, senza dubbio.
Presto detto è facile, ma poi?
Tutti d’accordo, o almeno fingono, che il fisco dovrebbe essere più equo. Ma occhio: la vera questione è mettere mano a un sistema che favorisce chi ha già molto, senza mettere i bastoni tra le ruote ai paladini del grande capitale. Lo si dice, lo si scrive, lo si promette in pompa magna, ma quando si tratta di agire concretamente, ecco che arriva l’immancabile “serve più tempo”, “è complicato”, “bisogna studiare”. Il risultato? Tutto rimane com’è, più vantaggioso per pochi e penalizzante per molti.
Nel frattempo, le chiacchiere infiammano il dibattito e il popolo assiste incuriosito a questa danza delle responsabilità, dove ognuno fa finta di voler cambiare il mondo, ma alla fine si limita a mantenere lo status quo confortante per le élite.



