Ocse lancia l’allarme: la guerra in Iran frena la crescita e il mondo rischia la recessione

Ocse lancia l’allarme: la guerra in Iran frena la crescita e il mondo rischia la recessione

Che gioia ricevere l’ennesima dose di pessimismo mascherato da previsione economica! L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD) ha appena deciso di tagliare le stime di crescita globale, perché evidentemente i sogni di un mondo in espansione sono stati affondati da una guerra in piena regola tra Stati Uniti e Iran. Chissà, forse se tra una bomba e l’altra riusciremo a siglare una pace duratura, il danno economico potrebbe non essere così catastrofico. Ma eh, questa pace magari arriva a giugno… o forse no.

Nel suo splendido rapporto di giugno, la OECD ci racconta che la crescita globale, quella roba che fa girare il mondo (o almeno ci prova), passerà dal 3,4% nel 2025 a un brillante 2,8% nel 2026, per poi risollevarsi a un 3,1% nel 2027. Ovviamente, ciò avverrebbe solo se i prezzi dell’energia si calmassero da qui a metà anno, come se fosse una semplice merenda che puoi rimandare o accelerare a piacere.

Il capo economista della OECD, Stefano Scarpetta, ci regala la chicca: tutto questo dipende da un “scenario di interruzione a tempo determinato”, ovvero se si riesce a mettere una pezza rapida alle questioni dello Stretto di Hormuz. Se invece le navi continueranno a essere bloccate e le infrastrutture energetiche danneggiate fino al 2027, la crescita precipiterà a un delizioso 2,1% e scenderà ulteriormente a 1,8% nel 2027. Insomma, quasi come un’abbuffata che, una volta finita, ti lascia con il mal di testa e il portafoglio vuoto.

Il signor Scarpetta ha il coraggio di avvertirci che sotto questo scenario da incubo molte economie rischiano la famosa recessione, l’amica spiacevole che tutti fingono di non conoscere finché non suona alla porta.

Tra coste chiuse e fertilizzanti impazziti

Lo studio della OECD descrive il blocco dello Stretto di Hormuz, con danni alle infrastrutture energetiche del Golfo, come un tornado che ha fatto volare alle stelle i prezzi dell’energia, trascinando con sé anche quelli di fertilizzanti e altri materiali industriali fondamentali. Non si tratta di un danno passeggero: la guerra (o come preferite chiamarla) tra USA, alleati vari e Iran sta per diventare una bella spada di Damocle sui nostri bilanci per parecchio tempo, anche quando le armi si taceranno.

Innanzitutto, l’impatto è “molto differente” a seconda della nazione, ci avvisa Scarpetta, che fra l’altro ha fatto un salto in tv ospite di un popolare programma europeo. E così, mentre le economie asiatiche vengono strangolate dalla scarsità di energia, paesi come Giappone e Corea del Sud mostrano il loro bel sorriso zen, potendo contare su riserve energetiche sufficienti a resistere a carenze di petrolio e gas per un po’. Frattanto, altre nazioni di meno, come l’India, si arrangiano con razionamenti fantasiosi.

Scarpetta indulgentemente osserva che una pace duratura non solo darebbe sollievo a un Medio Oriente abbastanza afflitto, ma sarebbe anche quel mattone che potremmo usare per risolvere finalmente i danni economici globali finora accumulati.

Lo dice lui stesso:

“Più a lungo durano le interruzioni, più grandi diventano i costi economici e sociali.”

Che bella sorpresa: più guerra, più inflazione

Nello scenario da incubo, l’inflazione globale salterebbe al rialzo di 0,4 punti percentuali già nel 2026 e di ben 1,3 punti nel 2027. Sicuramente quel che serviva per rendere le nostre vite ancora più speciali.

“La disoccupazione aumenterà”, mette in chiaro Scarpetta, con investimenti vitali – sì, quelli che tengono accesa l’aria condizionata e fanno girare l’intelligenza artificiale – in netto calo. E attenzione, perché “i mercati finanziari potrebbero rivedere le proprie valutazioni”, con i prezzi delle materie prime che salgono, mentre la domanda finale fa le bizze.

La zampata finale: gli effetti di questa storpiare globale sarebbero più tremendi per economie in difficoltà, quelle con riserve energetiche minimaliste, percentuali di spesa in energia e cibo elevate, bilanci fiscali al lumicino, reti sociali fragili e valute da prestigiatore che cerca di farle sparire.

Non manca un accenno all’AI (l’intelligenza artificiale), la nostra nuova stella polare in questo baratro economico. Secondo l’OECD, grazie agli investimenti di quell’elite ipertecnologica, chiamata simpaticamente “Il Magnifico Settennato”, il Pil pro capite nel gruppo dei paesi del G20 vede una crescita strabiliante dello 0,4% – 0,9% solo negli Stati Uniti.

Scarpetta puntualizza:

“Ma – ed è un bel ‘ma’ – questo scenario positivo dipende, e come, da una soluzione della crisi mediorientale e dal calo dei prezzi dell’energia.”

Non sorprende che la traiettoria in discesa renderà ancor più difficile il lavoro delle banche centrali globali, già alle prese con una crescita fiacca e il solito inflazionismo energivoro.

Una lezione obbligata: tutte le uova nello stesso paniere energetico

La crisi che ci ammorbina mette in luce una verità rivelata: un singolo punto nevralgico, lo Stretto di Hormuz, ha il potere di mandare in corto circuito un’intera rete di economie globali. Che sorpresa.

Il rapporto dell’OECD ci consiglia qualcosina in più: serve aumentare la resilienza delle filiere di approvvigionamento, diversificare le fonti di energia e, magari, smetterla di dipendere come tossicodipendenti dal petrolio importato.

Certo, nel breve termine, qualche misura d’emergenza e una bella danza internazionale dedicata alle scorte strategiche potranno rinsaldare un po’ la baracca. Ma quella spina nel fianco dipendenza da fonti fossili richiede investimenti seri, subito, anzi ieri.

Siamo SEMPRE qui ad ascoltarvi.

Vuoi segnalarci qualcosa? CONTATTACI.

Aspettiamo i vostri commenti sul GRUPPO DI TELEGRAM!