Quando nessuno si dà la pena di fare qualcosa e tutti fanno finta di niente

Quando nessuno si dà la pena di fare qualcosa e tutti fanno finta di niente

Era l’una di notte, o giù di lì, quando Marco Vassallo, trentasettenne giornalista di origine avellinese ma ormai milanese d’adozione, stava gentilmente scortando due amiche verso l’automobile parcheggiata vicino alla Darsena. Una serata qualsiasi, o almeno così sembrava. E invece la favola metropolitana si è conclusa in pronto soccorso al Policlinico.

Avviene così, nelle zone centrali dove tutti ci sentiamo al sicuro e dove l’unico problema dovrebbe essere trovare parcheggio. “Ho notato appena con la coda dell’occhio un gruppetto di persone, stranieri, ovviamente – racconta Vassallo – e ho capito subito che due di loro avevano gli occhi fissi su di me. Sì, volevano la mia collana.”

La fuga sembrava l’unica soluzione, peccato per quel malefico incubo che è la fascite plantare al piede: senza soccorso ortopedico immediato, è scivolato e ha finito per cadere goffamente sulla spalla.

Al momento della caduta, i voraci aggressori erano già addosso, impegnati in una caccia spasmodica alla preziosa collana. Graffi, botte e tentativi di strappo. “Ho ancora i segni sul collo, il tutto documentato ben bene”, sottolinea lui, probabilmente con una vena di rimpianto per non poter accusare anche qualche distorsione da film d’azione.

I criminali, orgogliosi della loro impresa, se ne sono andati con il bottino, ma non prima di litigare tra loro, come se fosse una puntata di un reality show a basso costo. Vassallo azzarda un’ipotesi da sociologo improvvisato: “Probabilmente gli altri del gruppo si sono risentiti perché quei due avevano fatto tutto da soli.” Ah, la lealtà tra delinquenti: un codice d’onore che neanche il miglior film di Tarantino.

In tutto questo spettacolo da teatro dell’assurdo, un addetto alla sicurezza di un negozio vicino faceva la statua, ignorando la scena come se fosse una proiezione di un film noioso. E giusto per non farci mancare nulla, quando l’amica di Marco ha avuto la brillante idea di urlare chiedendo aiuto… nessuno ha alzato un dito. Bravo pubblico, sempre presente!

Alla fine, sono stati chiamati i carabinieri e un’ambulanza, da un eroe di nome Marco stesso, che ha avuto la brillante presenza di spirito di avvisare le autorità. Per chi si preoccupasse del mistero, sì, l’area è piena di telecamere: non è certo sfuggito nulla alle forze dell’ordine, che ora hanno il compito di trasformare tutto questo in burocrazia e, chissà, pure in qualche indagine.

Un contesto di ordinaria follia metropolitana

L’episodio sciorina con nonchalance uno sguardo impietoso sulle nostre città, dove anche la semplice uscita notturna si trasforma in un rischio calcolato. Le figure di sicurezza sembrano più comparse che guardiani, intente magari a chattare mentre si consuma un’aggressione a due passi dal loro posto. La solidarietà collettiva, ahimè, si conferma concetto astratto, sostituito da una latenza di “non vedo, non sento, non intervengo” che fa quasi tenerezza.

Non bisogna scordare poi che il povero Marco, oltre a tornare a casa con il collo zebrato di graffi, ha la gioia di sentirsi pure tradito da un sistema che dovrebbe garantire sicurezza. Che follia.

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