Taj Alamyar ci fa segno con la testa, come se fosse la mossa geniale che gli ha salvato la vita. «Ho sfondato il finestrino con una testata, poi ho preso a spaccare i vetri con le mani. Tutti urlavamo, ma solo io sono riuscito a uscire da quell’auto che stava bruciando». Perché, si sa, le fragole fanno bene, ma quando quattro giovani di vent’anni pagano con la vita il solo fatto di pretendere un salario, il frutto diventa avvelenato. Non si chiede lo stipendio ai caporali, quei gentiluomini che orchestrano lo sfruttamento e gestiscono i campi. Anche Taj Alamyar doveva morire: doveva diventare cenere come gli altri quattro braccianti che avevano avuto la presunzione di alzare la testa. Arsi vivi dentro un minivan dalla scintillante reputazione, una Fiat Ulisse da sette posti, trasformata in un forno mortale. Ma quella testata gli ha praticamente aperto la strada alla sopravvivenza mentre le fiamme saturavano l’abitacolo. Ora può raccontare il suo racconto di sopravvissuto, con gli occhi ancora pieni di febbre e ricordi. Lo fa dalla sua piccola casa in via Gramsci, nel Comune di Villapiana, là, sopra le coltivazioni e il mare, in questo pezzo di Calabria che quasi tocca la Basilicata. «Guarda qui. Questi sono i loro documenti. Ismat è nato nel 2007, Fazal nel 1988, Waseem nel 1997. Dormivano proprio qui, con loro anche il quarto ragazzo, quello che ora non c’è più. Addormentati su questi poveri materassi. Io sono l’unico afgano, loro invece pakistani, proprio come i loro assassini. Da giorni chiedevamo i nostri soldi, ma loro trovavano sempre una scusa. Non pagavano, rimandavano. Ci trattenevano la paga. Per ogni viaggio dal lavoro ci facevano pagare piccoli pedaggi: cinque euro all’andata, cinque al ritorno. Poi ci offrivano la casa, ci portavano qualche patata e del pane. Questo doveva bastarci. Il guadagno, quello vero, non lo abbiamo mai visto».
In mezzo ai materassi famelici, riempiti di pentole abbandonate, scarpe spaiate e una tanica enorme di olio per friggere, c’è il quadro di una vita precaria. Questi ragazzi fantasma, invisibili agli occhi di molti, erano invece ben visibili nelle strade italiane, sui campi delle pianure di Sibari e Metaponto. Braccianti che giocavano una doppia partita di sfruttamento: da una parte i padroni delle terre, dall’altra i caporali, quegli spietati mediatori della schiavitù moderna che li trascinavano a raccogliere le fragole. «Quella mattina, già a casa, avevamo avuto un teso scambio di parole», racconta Taj Alamyar, mentre le sue mani bendate raccontano storie di dolore e ustioni. «Ci avevano puntato una pistola contro. Dovevamo stare muti, altrimenti ci sparavano. Mafia. Sai cos’è la mafia, vero?».
Quello che è successo nel pomeriggio del primo giugno, in piena Statale 106, tra i comuni di Amendolara e Roseto Capo Spulico, è un crimine indecente ma anche fin troppo visibile. A differenza delle solite storie sommerse, stavolta è tutto registrato dalle telecamere di una stazione di servizio, che, guarda un po’, per una volta funzionano e mostrano un copione da film horror. Sembrava una banale pausa rifornimento. Invece, mentre i due caporali davanti scendono dall’auto e bloccano le portiere, uno di loro prende la pompa del distributore di benzina e, anziché farla scivolare nel serbatoio, la scarica indiscriminatamente dentro l’abitacolo con il bagagliaio aperto. Poi dà fuoco al tutto. L’incendio esplode immediato, e mentre richiude il bagagliaio, l’altro blocca a forza la portiera. I cinque braccianti si aggrappano disperati a quella porta, ma è inutile. I due infami scappano. I ragazzi delle fragole stanno bruciando vivi. Solo Taj Alamyar riesce a uscire, grazie alla sua tempesta cranica zampona, che apre un varco nella prigione di fuoco. «Quando ci siamo fermati al distributore, continuavano a discutere dei soldi. Noi li chiedevamo, loro rispondevano con il solito silenzio di chi non intende restituire nulla».
Il Sindacalista svela l’Inferno del Metapontino
Dietro questa tragedia, un sistema che si autoalimenta di ingiustizia e silenzio. Insieme a quei ministri del disinteresse e alle istituzioni distratte c’è quel megafono chiamato sindacalista che, anziché adornarsi di parole vuote, racconta la verità nuda e cruda: «Il Metapontino è ostaggio dei caporali, una vera e propria piaga sociale dove almeno 10.000 schiavi lavorano ogni giorno in condizioni disumane». E dove non c’è solo sfruttamento economico, ma anche violenza, intimidazioni armate e, quando serve, un falò umano per “insegnare” a chi rompe la catena della paura.
Non è solo una questione di salari: è un meccanismo collaudato di terrore che rende invisibile un esercito di lavoratori extracomunitari, costretti a vivere in spazi angusti, senza tutele, schiacciati da debiti e ricatti continui. Tutto questo mentre noi, indifferenti spettatori, scrolliamo le spalle e ci ingozziamo di fragole – più dolci con il sangue e il sudore altrui.
Insomma, un perfetto quadro di modernità all’italiana: sfruttamento legalizzato, omertà di Stato, intrecci criminali che si portano via giovani vite e lasciamo tutto a marcire nello sciacallaggio mediatico dell’indignazione di facciata. Perché in fondo è solo un’altra “mattanza” come tante, e nessuno sembra voler cambiare davvero nulla.
Adesso, nella casa del testimone sopravvissuto a questa tragedia – perché chiamarla diversamente sarebbe un insulto alla realtà – ci sono la sindaca Mariolina De Marco e la sindacalista della CGIL Federica Pietramala. Sono lì per manifestare quella famosa “solidarietà” che tanto suona bene nei comunicati stampa, per capire cosa fare e, ovviamente, per organizzare una manifestazione. Ma, soprattutto, per proteggere Taj Alamyar, l’uomo che non ha paura di parlare, con la sicurezza di chi non ha nulla da nascondere.
Nel frattempo, in galera ci sono finiti tre pakistani, tra cui uno che neanche si trovava in macchina al momento della barbara esecuzione. I loro nomi? Bakalo, All e Hassan, li ripete più volte proprio Taj Alamyar, l’unico scampato alle fiamme. Presto partirà verso “un posto sicuro”, come se la salvezza potesse essere programmata a piacimento.
«Ho 35 anni, sono in Italia dal 2025. Sono qui perché ho un figlio piccolo nel mio Paese, devo lavorare e mandare i soldi a casa per lui», spiega con la semplicità di chi ha visto la propria vita ridursi a un numero, un datore di lavoro, un contratto spezzato.
Nel frattempo, la piana di Sibari e quella di Metaponto continuano a essere un vero paradiso di frutta – clementine, arance, fragole –, quasi come se la dolcezza della natura potesse in qualche modo ammorbidirne la crudeltà sociale. Secondo l’ultimo rapporto dell’ISTAT, qui in Calabria impera il lavoro nero: un tasso del 19,6%, con oltre 117.000 lavoratori in nero o con contratti che garantiscono meno della metà delle ore effettivamente lavorate. Una vera e propria fiction in cui la realtà supera ogni immaginazione.
In Italia si stima che i braccianti irregolari superino i 200.000, pagati spesso due euro l’ora a stento. Quattro di quei giovani, morti carbonizzati dentro un maledetto Fiat Ulisse, fanno parte di quel mondo invisibile, quel mucchio di carne e ossa sacrificato sull’altare del profitto e dell’indifferenza.
I loro nomi diventeranno pubblici oggi, subito dopo la conferma dei fermi alla questura di Cosenza. Ma le loro famiglie? Ancora non sanno nulla, non hanno nemmeno una pallida idea di quello che gli sta per crollare addosso.
Taj Alamyar ripete, con una freddezza che brucia più delle fiamme: «Ero sicuro che sarei morto». E indicando il cranio, mostra il segno evidente di quella testata ricevuta. «I soldi non ce li davano mai, ci davano da mangiare e una casa sì, ma i soldi no, non li vedevamo mai.»
Ha fame, è spaventato, ma prova a sorridere mentre gli dicono che presto gli porteranno qualcosa da mangiare. Porta la mano bendata al petto, come a voler trattenere quel fragile barlume di umanità rimasto. «Grazie, grazie», ripete a tutti. Come se a dover dire grazie fossimo noi, e non lui.



