Quando togliere i nudi di Kinski diventa miracolo di civiltà: censura? Macché, è solo buon senso

Quando togliere i nudi di Kinski diventa miracolo di civiltà: censura? Macché, è solo buon senso

Non esiste nulla di insignificante nell’affaire tra Nastassja Kinski e Wim Wenders, due colonne del cinema europeo con ben poca voglia di lasciare il passato lì dove dovrebbe stare: tra polvere e rimorsi. L’eco della vicenda non tarda a farsi sentire: commenti a oltranza, tifoserie pronte a schierarsi e un’atmosfera da torneo di wrestling culturale. Tutto questo, ovviamente, nel nome di un Zeitgeist, quello spirito del tempo romantico evocato dallo stesso Wenders per giustificare il capolavoro controverso, girato ben 29 anni fa. Correva il 1975, e la Germania era alle prese con quel miscuglio letale di senso di colpa storico, miracolo economico e tentativi maldestri di mettere una pezza al bagaglio della vergogna nazionale.

Nel bel mezzo del Neuer Deutscher Film – un movimento cinematografico che più “importante” e “rivoluzionario” non si può, quasi un Nobel del cinema tedesco, cucito su misura per farsi notare a livello mondiale – un manipolo di insoddisfatti del cinema commerciale decide di sputare nel piatto e buttare via il grigiore dei film mainstream. Ecco i grandi nomi: Fassbinder, Von Trotta, Herzog, Schlöndorff, veri e propri spadaccini della pellicola d’autore. Classici come Le lacrime amare di Petra von Kant, Anni di piombo, Fitzcarraldo, Il tamburo di latta sono solo la punta di un iceberg di genialità ribelle. E naturalmente, l’inscindibile duo Wenders e Kinski, autori di quel Paris, Texas (1984) che farà piangere di gioia Cannes e menar loro congratulazioni internazionali.

Oggi, però, siamo in un’epoca radicalmente diversa. Nuovi tabù, altre colpe da sbandierare e un potere “establishment” col quale ci si coalizza o ci si oppone con una veemenza degna di nota. Ma per comprendere la vera natura di questa epopea drammatica, sarebbe utile spogliarsi di tutte le etichette passeggere e dell’odio digitale da social network. Perché la storia, e qui ci riallacciamo alla Germania, non si rende mai semplice: non è un gioco a chi vince o perde, non si cancella tutto spazzando via un pezzo di passato, ma una complessa e lenta elaborazione che impedisce a molti ancora di aprire gli occhi. No, non siamo né nell’epoca del giustizialismo ipocrita né in quella del perdono a buon mercato.

Cosa è davvero successo sul set?

Nastassja Kinski era poco più che una bambina, appena tredicenne, quando ha girato Falso Movimento di Wenders. Interpreta Mignon, ragazza muta, sospesa tra infanzia e un’adolescenza che sembra non volerla toccare mai: un’adolescenza simbolo della gioventù tedesca che eredita un fardello pesantissimo senza averlo scelto. Il copione, firmato da Peter Handke e liberamente ispirato a Wilhelm Meister di Goethe, trasforma un personaggio di origini italiane e dal fascino indefinibile in un simbolo di silenzio e osservazione giovanile.

Da almeno quindici anni, Kinski chiede il taglio di una scena che definisce molto scomoda. Una scena dove Mignon è distesa, indossa solo gli slip, accanto un uomo molto più adulto, seminudo anche lui, che si sdraia sopra di lei, la bacia e – ciliegina sulla torta – le dà uno schiaffo. Immaginatevi la povera ragazzina, sola sul set, incapace di comprendere tutto ma consapevole che qualcosa non torna. Non proprio il massimo dell’esperienza da bambina: hanno dovuto interrompere le riprese perché lei, quasi senza fiato, aveva bisogno di scappare in bagno e nascondersi a piangere. E questo sarebbe cinema? Questo sarebbe arte?

Ogni anno, ogni richiesta di tagliare quella scena è stata snobbata o ignorata, perché il genio artistico non si tocca. Artisti sacri, o almeno così si dice, a cui il benessere dell’anima fragile di una ragazzina passa in secondo piano. Perché verità e sensibilità non sono veramente cosi “cool”.

Quando si tratta di riscrivere la storia del cinema con la delicatezza di un elefante in cristalleria, Wenders si limita a dire che oggi non rifarebbe quella scena. Nel frattempo, tra avvocati e richieste di risarcimento, il tutto si è trasformato in un siparietto da tribunale. Ma, evidentemente, gli applausi e i premi alla carriera sono cosa diversa dal dover rispondere delle proprie azioni. Recentemente, durante una cerimonia di premiazione, ha avuto la brillante idea di definire questa richiesta una «censura», un messaggio minaccioso che apre la strada a «una china pericolosa». Poi, con la solita eleganza, ha lasciato la palla al pubblico e a tutto il mondo del cinema, pronunciando: «la scelta è vostra».

Non si può negare che i tempi siano cambiati, ma liquidare tutto come semplice questione di «sensibilità» è una palla che già puzza. Oggi le donne hanno il controllo del proprio corpo e della propria disponibilità, mentre un tempo prevaleva una soggezione assurda che normalizzava soprusi e l’indifferenza totale verso l’assenza di consenso. Un tempo in cui l’infanzia, con la sua fase delicatissima di sviluppo corporeo, veniva interpretata con una leggerezza che fa rabbrividire. Quel confine, quel momento prezioso e carico di complessità erotica vissuto in modo completamente diverso, richiede rispetto. Fermarsi qui non è una scelta ideologica, ma un imperativo di civiltà, che non solo non ostacola la libertà artistica, ma la rafforza.

In tal senso, si spera vivamente che le richieste di Nastassja Kinski vengano finalmente accettate: sarebbe la prova che un nuovo equilibrio è non solo auspicabile, ma possibile. Un equilibrio che serve, e serve a tutti e tutte, dopo decenni di indifferenza e ipocrisia. Forse così potremo davvero chiamare rinascimento quello che oggi è solo un fragile tentativo di redenzione.

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