La brutalità in bella vista e noi a fare finta di niente

La brutalità in bella vista e noi a fare finta di niente

Non è stata l’infida Statale 106, l’eterna assassina mai completata, né la celebre ’ndrangheta a uccidere questa volta. Ma, ovviamente, stiamo parlando comunque di mafia: quella dei pakistani. Carnefici di migranti loro stessi – tre afghani e un pakistano – inceneriti vivi in un’automobile solo perché osavano ribellarsi a un sistema che non è più caporalato, ma schiavismo tout court. Immaginate la scena: sudorare nei campi per raccogliere fragole dalle luci dell’alba al tramonto, e guadagnare al massimo due pasti al giorno più un materasso scomodissimo su un pavimento in mezzo all’indecenza di una stanza fatiscente e sovraffollata. Denaro? Nemmeno l’ombra: solo qualche briciola, e se osavi protestare, benvenuto il calibro spianato addosso. Lo ha detto il sopravvissuto afghano, e altri nelle medesime condizioni hanno confermato – magari anche quello stipendio da 350 euro, comparso in un video durante qualche servizio televisivo: un vero affare per i negrieri del ventunesimo secolo.

Alla loro opposizione, una violenza sconvolgente, da lasciare senza fiato: il video delle telecamere all’area di servizio è agghiacciante. Il dondolio disperato della macchina, scossa dall’autolesionismo come da un ultimo, febbrile tentativo di fuggire dalle fiamme che divoravano tutto.

Un territorio intriso di storia e violenza

Tutto questo è accaduto ad Amendolara, perla della Magna Grecia, fondata – ci dicono – da Epeo, costruttore del cavallo di Troia e protetto dalla dea Athena, che l’avrebbe salvata da un naufragio. Un paesino della costa ionica calabrese diviso tra il borgo antico arroccato sulle alture, ricco di pietre e memoria, e la marina, un po’ vacanziera, dove il turismo si è gasato grazie a una natura così esagerata in bellezza da sembrare quasi un’esagerazione: un mare color indaco e blu profondo, spiagge di ghiaia e sabbia, una flora e fauna marina che farebbero invidia a qualsiasi cartolina da sogno. Sotto, la Secca, un’isola sommersa narrata come quella della ninfa Calipso, la prigione dorata di Ulisse.

La mattanza di Amendolara

Adesso, però, non è un mito a incutere timore ma la terribile realtà: quattro braccianti pakistani bruciati vivi in un minivan. Due altri connazionali, intanto, sono stati fermati, pare giusto il tempo di confermare qualche solidarietà di facciata da parte delle autorità. Naturalmente, siamo nella fertile Piana di Sibari, da decenni il rifugio precario e speranzoso dei sfortunati del Maghreb, del Sahel o dell’Asia. Quelli che, barconi alla mano, hanno attraversato un mare mai amico, sperando di trovare fortuna – fortuna che qualcuno, pochi, riesce effettivamente a scovare.

Per tutti gli altri, la vita è fatta di lavori sottopagati e un’invisibilità che grida vendetta. Stavolta la tragedia si è fatta ancora più feroce: l’orrore di una mattanza vera e propria, che sicuramente farà discutere le solite parole di circostanza. I protagonisti? I pakistani. Una novità rispetto agli albanesi, che all’epoca erano gli autentici boss del traffico di droga e armi, spesso in combutta, o almeno in servizio, con i cosiddetti “uomini del disonore” locali e i rom. Anche la prostituzione era roba loro, ma la ’ndrangheta, pur lasciando correre a parole, evitava di sporcarsi troppo le mani in quel business, un po’ per ipocrisia e un po’ per rispettabilità fasulla da mantenere.

Quando gli albanesi si ritirarono, preferendo dedicarsi alla cocaina a livello globale, arrivarono rumeni, bulgari, e non solo: i nigeriani, attivi nel mercificare le donne, erano stati praticamente i precursori dello schiavismo moderno che vediamo oggi. Un quadro desolante e prevedibile, che però, guarda caso, fa finta di sorprendere.

E la ’ndrangheta?

In tutto questo marasma di orrori e sfruttamento, la regina incontrastata della mafia calabrese non poteva certo mancare: la ’ndrangheta, con la sua azione di fondo come regista occulta, che preferisce ondeggiare tra legami d’interesse e silenzi imbarazzati. Non sorprende che un sistema così strutturato non solo tolleri, ma spesso agevoli questi traffici moderni, dove lo schiavismo è la nuova formula della dominazione, mascherata da invisibilità giuridica e abusi spudorati.

Quindi, a chi pensa che si tratti di uno scandalo nuovo, o di un’eccezione, basterebbe sollevare un angolo di tappeto: la polvere è tanta e niente è cambiato. Nel frattempo, la “mafia pakistana”, come la chiamano con quella malcelata dose di incredulità e alibi facile, continua a mietere vittime. E noi, da spettatori implacabili, possiamo solo registrare l’ennesima vergogna nazionale e il consueto menefreghismo ipocrita che la accompagna.

Ah, la mitica ’ndrangheta, quel gioiellino criminale della Sibaritide che non si accontenta di dominare semplicemente il territorio ma si diverte anche a tessere trame degne di un romanzo noir. Come se non bastasse la sua fama di “onorata società”, ecco spuntare il suo nuovo capitolo da gangster, con tanto di partnership inedita e decisamente sopra le righe: la comunità degli zingari. Perché, ovviamente, quando pensi di avere alleanze sotto controllo, niente di meglio che stringerne una con chi manovra “manovalanza di sangue”. Il cocktail perfetto per assicurarsi che il malaffare sia bello robusto e sanguinante, nel senso più letterale possibile.

Ma non illudiamoci: ’ndrangheta non è certo felice come una Pasqua. Troppo rumore intorno a questo intreccio. E come ogni buon padrino del crimine ben sa, il clamore è il peggior nemico degli affari lucrosi. Meglio evitare riflettori e telecamere, fingersi amichevoli e gentili, mostrare sorrisi smaltati capaci di camuffare animi da autentici predatori. L’arte del mimetismo, insomma. Perché sa bene che, anche se questa strana alleanza con i nomadi non intacca né le sue ricchezze né il controllo al dettaglio del caporalato – una delle sue tante piaghe periferiche – il rischio di intromissioni o di un segno di sfida forte nel proprio territorio madre è sempre dietro l’angolo.

E non credete che il trasferimento nel ricco Nord d’Italia e in Europa abbia addolcito il cuore di questa piovra criminale. Anzi, il suo consenso in Calabria, cuore pulsante di competenze e regolamenti, è crollato drasticamente, quasi a farci dire che la lotta per mantenere il potere nella casa madre è più feroce che mai. Dunque, attenzione, perché se la ’ndrangheta dovesse percepire anche solo un briciolo di insidia, sfodererà la sua ferocia in modo spietato e selvaggio, come solo lei sa fare, senza lasciare nemmeno un briciolo di compassione.

E mentre la malavita organizza i suoi giochi di potere, nel frattempo quattro innocenti sono caduti, vittime inutili di un sistema marcio e fuori controllo. Invece di indignarci solo per i danni evidenti, forse dovremmo guardare alla radice: quell’emigrazione selvaggia e senza regole che sfugge a qualsiasi governance, quella società che si incrostata di disumanità, prepotenza e intolleranza. Sì, proprio quel mondo che genera questo circolo vizioso di sofferenza e ingiustizia.

Non dimentichiamoci poi dei nostri antenati, i veri protagonisti di questa storia di emigrazione iniziata alla fine dell’Ottocento. Loro sì che hanno scalfito il futuro con fatica, cambiando il corso della storia, migliorandolo nonostante venissero discriminati e a volte addirittura linciati. E, per fortuna, non sempre hanno mostrato l’altra guancia.

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