Ah, che gioia sentire di un’altra tranquilla mattinata in Genova, dove la violenza decide di fare una visita non proprio cortese nel cuore di un parco pubblico. Stavolta la vittima è un uomo di 49 anni, Pietro Alberto Paolo, un milanese senza fissa dimora, immortalato in una tragica scena degna di un film noir, ma purtroppo vera. Il tutto si consuma nel pacifico parco di Villetta Di Negro, giusto accanto al museo d’arte orientale Chiossone. Una punta di cultura in un panorama di barbarie.
Il rituale non cambia: un’aggressione brutale che fa venire i brividi. Il poveretto è stato colpito più volte con un coccio di bottiglia — perché le armi da taglio hi-tech sono troppo mainstream — e poi legato mani e piedi, probabilmente per assicurarsi che la “scena del crimine” non scappasse da sola. Il tutto prima delle 10 del mattino, un orario in cui generalmente ci si aspetterebbe di vedere correre bambini o pensionati, non uno spettacolo così macabro.
Fortunatamente, la presenza di spirito di una ragazza che transitava vicino all’ingresso della villa ha scatenato la catena degli eventi. La testimone ha intravisto un uomo alle prese con il suo personale tentativo camuffato di “nascondere” il corpo senza vita: una performance da applausi per chi ama il grottesco. E così, con un numero al 112, ha deciso di fare la cosa giusta, o almeno quella sensata in mezzo a tanto caos.
I carabinieri del Nucleo Radiomobile, arrivati con la rapidità che solo le sirene sanno garantire, si sono trovati davanti a un “attore” particolarmente sprovveduto: un cittadino senegalese di 42 anni, senza fissa dimora e, sorpresa!, irregolare sul territorio nazionale. Nella migliore tradizione, l’uomo ha pensato bene di darsi alla fuga, ma è stato fermato subito e comodamente trasferito a Forte San Giuliano per una bella chiacchierata con le forze dell’ordine.
Le indagini, affidate naturalmente ai militari dell’Arma, stanno seguendo l’iter obbligato: analisi dei filmati delle telecamere di sorveglianza, quella tecnologia futuristica che a volte sembra l’unico vero occhio vigile nelle nostre città allo sbando. Nel frattempo, l’eco di questa tragedia si mescola al solito coro di polemiche e a un senso generale di inquietudine che solo le città italiane sembrano saper coltivare così bene.
Il solito cliché: vittima senza fissa dimora e sospetto irregolare
Non stupiamoci troppo: la vittima senza una casa e l’aggressore senza documenti. È un plot twist che ormai si ripete come il tormentone estivo, una narrazione che fa presa sul pubblico facile e alimenta il dibattito politico con punte di discriminazione mascherata da preoccupazione civile. Come se la precarietà e l’emarginazione fossero peccati da condannare a priori, prima ancora di qualsiasi giudizio di responsabilità o di accertamento dei fatti.
Ma ecco il colpo di scena: il cittadino regolare si risveglia solo per esultare in rete o su Twitter, mentre chi vive ai margini resta sempre il comodo capro espiatorio di un sistema incapace di proteggere i più vulnerabili, ma rapidissimo a criminalizzarli con un click. Nel frattempo, le telecamere “osservano” impassibili, testimoni silenziosi di un dramma che nessuno sembra realmente voler risolvere.



