Il linguista Federico Faloppa, ordinario alla Università di Reading, ci delizia con il suo libro “Disarmare il discorso”. In poche parole, ci svela il trucco magico con cui metafore, eufemismi e quel mistico linguaggio burocratico trasformano la guerra da un brutale massacro a qualcosa di sorprendentemente accettabile. Che novità: un lessico che ci fa accettare l’inaccettabile, proprio come ai bei tempi delle fiabe.
Dalla pandemia all’infinito cantiere ucraino, passando per le infinite tragedie di Gaza e Iran, Faloppa ci mostra come le parole, queste innocue creature, possano magicamente sottrarre responsabilità ai veri carnefici, camuffare la violenza sotto la patina dorata della “necessità” e svuotare di senso parole come pace, sicurezza o emergenza.
Insomma, uno spettacolo da cabaret lessicale in cui la lingua non si limita a descrivere la realtà, ma la costruisce a piacimento di chi detiene il potere – e, ovviamente, la tastiera.
Linguaggio, quella trappola invisibile
Nel suo libro, Faloppa ci guida attraverso il labirinto delle espressioni politicamente corrette e dei tecnicismi volutamente nebulosi. Non è forse irresistibile come si possa trasformare una guerra in un’“operazione speciale”, una invasione in un “controllo territoriale” e una crisi umanitaria in un “problema logistico”?
Che trionfo della diplomazia linguistica: mettere una patina d’oro sulle apocalissi e un velo di vergogna sull’abuso del potere.
Faloppa, da vero detettive del linguaggio, ci ricorda che parole come “pace” e “sicurezza” non sono neutrali, ma strumenti di manipolazione, capaci di anestetizzare le coscienze e creare illusioni di conforto mentre fuori, beh, esplode il caos.
Quando la parola diventa arma
Non è solo questione di lessico. C’è un intreccio di poteri e volontà che si serve della comunicazione come arma di distrazione di massa. Nascondere il sangue dietro alle formule burocratiche è un’arte che si perfeziona nei salotti del potere.
In tempi di pandemia, guerra o crisi geopolitiche, le parole sono diventate isolate isole di conforto o, al contrario, nubi oscure che celano scenari devastanti. «Emergenza», ad esempio, è ormai un termine abusato che perde la sua gravità e diventa solo un’etichetta da appiccicare dove conviene.
Ecco la sinistra ironia: la violenza appare necessaria, la guerra è inevitabile e la pace una chimera da rivendere congiunturalmente, meglio se con un sorriso di facciata.
Disarmare il discorso, o l’illusione di poter cambiare
La vera sfida, ci spiega Faloppa, è riconoscere quando il linguaggio smette di essere strumento di comunicazione per diventare strumento di potere. Se ci si accontenta di sopportare le parole senza metterle in discussione, si finisce per accettare passivamente lo status quo di ingiustizie e violenze.
Nulla di rivoluzionario, direte: sempre così, la storia ci insegna che chi detiene il controllo del linguaggio tende a plasmare il mondo a sua immagine e somiglianza, usando come scudo un vocabolario che sembra innocuo ma che di innocuo non ha nulla.
In definitiva, Faloppa ci mette in guardia dalla comodità del silenzio e dell’indifferenza, invitandoci a disarmare questo linguaggio tossico che, più che raccontare la realtà, la costruisce per tenere tutto come sta: un millanta di conflitti conditi da belle parole, e il resto del mondo che fa finta di niente.



