Non appena la notizia è emersa, i rappresentanti delle più grandi compagnie aeree e catene alberghiere statunitensi hanno subito espresso il loro sdegno – ma proprio un sdegno titanico! – contro l’idea della amministrazione Trump di bloccare i controlli doganali e di immigrazione negli aeroporti delle cosiddette “città santuario”. Se non è un colpo al cuore dell’industria del turismo e dei trasporti, poco ci manca.
Markwayne Mullin, segretario alla Sicurezza Interna, ha dichiarato con serafica crudeltà durante un’intervista serale su Fox News:
“Se i radicali democratici di sinistra non permettono al governo di far rispettare le leggi federali… allora nemmeno dovremmo processare voli internazionali che atterrano nelle loro città.”
Una frase lanciata con tempismo impeccabile, giusto prima del FIFA Men’s World Cup del mese prossimo, che attirerà milioni di visitatori negli Stati Uniti, in Canada e in Messico. Un evento che potrebbe, con questa brillante mossa, trasformarsi in un vero e proprio disastro logistico.
Mullin, con quel candore che solo i potenti sanno sfoggiare, ha aggiunto che la sua amministrazione sta “preparando piani”, ma senza ancora metterli in pratica. Peccato, perché la sola idea è sufficiente a scatenare un’arena di polemiche, lasciando trasparire chiaramente che l’intento reale potrebbe essere quello di fare pressione sulle città colpite per indurle a diventare meno indulgenti nei confronti degli immigrati non autorizzati. Davvero un modo elegante di usare il potere, complimenti.
Questa faida sull’immigrazione rischia seriamente di paralizzare i voli internazionali diretti negli Stati Uniti. Lo scorso agosto, il Dipartimento di Giustizia aveva già pubblicato una lista di stati e città accusate di ostacolare le politiche migratorie federali. Nella lista figurano importanti hub aeroportuali come New York, Newark (New Jersey), Boston, Chicago, San Francisco, Los Angeles, Seattle e Philadelphia. Se qualcuno pensava che gli aeroporti fossero solo luoghi di viaggio, ora si scopre che sono anche un campo di battaglia politico. Davvero illuminante.
Airlines for America, quell’associazione commerciale che rappresenta colossi come American Airlines, United Airlines e Delta Air Lines, non si è trattenuta dal parlare chiaro: “Ridurre il personale della Customs and Border Protection nei grandi aeroporti avrebbe un effetto devastante su compagnie aeree e turismo, causando caos operativo, disagi per i viaggiatori e ingorghi nei flussi di merci internazionali.” Un’incursione da manuale nel piano perfetto per far crollare l’intero sistema.
Anche la US Travel Association, che rappresenta sia compagnie aeree sia grandi catene alberghiere come Hilton e Marriott, ha messo il dito nella piaga. Ha rivelato che Mullin stesso ha confermato durante un incontro con il gruppo che l’amministrazione sta davvero considerando il ritiro degli agenti della CBP. E indovinate? Anche loro parlano di “conseguenze devastanti per l’industria del turismo e per le comunità che dipendono dai visitatori internazionali.” Che bella sorpresa.
In conclusione, in un momento in cui tutte le luci sono puntate su un evento mondiale che dovrebbe unire popoli e culture, ecco invece arrivare un terremoto di politiche che minacciano di far saltare tutto come un castello di carte. Forse qualcuno dovrebbe spiegare a questa amministrazione che chi chiude porte e aeroporti senza un piano solido rischia di restare in un aeroporto… ma con la valigia vuota e nessun volo in partenza.



