«Quando ero un giovane studente di pianoforte, i miei insegnanti spesso si dilettavano anche nell’arte nobile dell’accordatura. E ho sempre pensato che questi artigiani fossero mortalmente sottovalutati. Perché accordare un pianoforte non è roba da pressappochisti: serve un orecchio talmente fine da sembrare un radar, affinato da decenni di esperienza. Quindi, quando mi è stata proposta la parte di un accordatore, ho pensato: “Ecco, finalmente posso rendere omaggio a questa sublime disciplina”.»
Così parla Dustin Hoffman, 88 anni portati con l’eleganza di chi ha appena spento la 60esima candela nel cinema, tra classici indimenticabili come Il laureato, Un uomo da marciapiede, Kramer contro Kramer e Tootsie. Ma prima di tutto ciò, avrebbe voluto essere un altro celeberrimo artista: un concertista di pianoforte. E sì, sembra che la passione non sia mai morta, visto che appena scorge un pianoforte entra in modalità “maniaci del tasto”.
È proprio questa attrazione irrefrenabile che lo ha convinto ad accettare l’offerta di Daniel Roher, già premio Oscar per il documentario Navalny, per interpretare il thriller originale e per nulla banale Tuner–L’accordatore, che oggi arriva (finalmente) nelle sale cinematografiche. Nel film, Hoffman è Harry Horowitz, un vecchio mentore malandato che fa da guida al giovane prodigio Niki White (interpretato dall’emergente Leo Woodall, già bravo a destreggiarsi in Norimberga e nella serie TV Vladimir).
Il giovane, affetto da iperacusia – ovvero quell’irritante maledizione di chi sente tutto il mondo come un concerto rock mentre tu pensi di vivere in un’oasi di pace – tollera poco i rumori forti ma possiede un orecchio così perfetto da scovare ogni virgola stonata. Insieme, i due saltano di casa in casa per accordare pianoforti, ma la routine si spezza quando Niki si trattiene troppo in una villa da nababbi e si ritrova a scorrazzare con un manipolo di ladri, costretto ad usare il suo super-uditivo talento per aprire una cassaforte.
Da semplici accordatori a scassinatori involontari: un salto di carriera decisamente entusiasmante, vero? Eh sì, sembra uno di quei sogni che ti svegliano sudato alle tre di notte.
Hoffman riflette con sarcasmo: «Non è un’idea così folle. Sia chiaro, fare l’accordatore non ti riempie certo le tasche e molti di quelli che ho conosciuto hanno dovuto dividere il loro tempo tra il più poetico mestiere artigiano e lavori improbabili come fare il cameriere o chissà cos’altro pur di arrivare a fine mese.»
Il piano perfetto di un regista inesperto
Cosa ha convinto Hoffman a buttarsi in questa avventura? «Non solo l’amore per la musica, ci mancherebbe. Incontrai Roher a Londra, mentre lui volava da Los Angeles giusto per farmi leggere la sceneggiatura scritta su misura per me. Giuro, una novità assoluta in tutta la mia carriera. E poi qualcosa nel suo modo di fare mi ha catturato.»
«Che cosa?»
«È documentarista, mica un navigato regista di finzione. Non aveva mai diretto un film narrativo, ma la sceneggiatura era calibro milimetrico, un orologio svizzero: ha studiato ogni dettaglio dello scassinamento, ha passato mesi con veri accordatori. E uno di loro gli ha detto: “Ogni pianoforte ha una personalità.” Da musicista, non potevo non ammetterlo.»
Un’intesa padre-figlio da manuale
Tra Hoffman e Woodall c’è una chimica così palese che pare davvero una famiglia disfunzionale sul set. Alla domanda su come abbiano costruito questo rapporto, la risposta è tanto semplice quanto irresistibilmente genuina:
«Siamo scattati fin dal primo giorno, ridevamo delle stesse battute, avevamo i medesimi gusti. Ho detto a Leo: lasceremo da parte la fedeltà alla sceneggiatura – che tra parentesi, è perfetta – e proveremo a vivere i personaggi invece di semplicemente interpretarli. Vediamo cosa succede.»
«Roher ha confessato che lui e Woodall sono stati costretti a piegarsi al mio modo di recitare, basato su una buona dose di improvvisazione», racconta Hoffman.
«Ogni attore ha i suoi trucchi, e i miei sono quelli incamerate durante il liceo, quando ero lo studente medio deludente che sognava ad occhi aperti—o come oggi verrebbe definito, qualcuno con un tocco di deficit di attenzione. Così ho iniziato presto un processo di memorizzazione molto visivo: scrivevo le battute per fissarle bene in testa. E da lì è nata tutta la mia routine».
Definiresti te stesso un attore istintivo? Certo, perché non c’è niente di più brillante che interpretare un personaggio ragionando esattamente come lui, come se si fosse appena usciti da un manuale di psicologia di seconda mano. Tutto questo, ovviamente, grazie a Marlon Brando, che sembra essere stato il faro moralmente superiore per generazioni di attori in cerca di una scusa per prendersi troppo sul serio. E giocando in squadra con l’amico del cuore Bob De Niro, si scopre che recitare non è altro che una questione di scelte: “Il testo è ovvio, arriva diretto allo spettatore, non c’è bisogno di renderlo convincente; quel che bisogna fare è recitare ciò che è sottinteso, tutto quello che non viene detto”.
Quindi, dopo questa rivelazione epocale, possiamo finalmente smetterla di sottolineare il copione e concentrarci sulle mitiche aree silenziose della recitazione, lì dove gira l’alchimia di null’altro che… silenzio. Fantastico.
Un metodo tutto nuovo: dimenticare per imparare
Ma aspetta, il segreto delle performance magistrali non è quello di studiare, bensì di dimenticare tutto ciò che si è imparato, quasi per magia. Anziché noiosamente ripetere a voce alta i dialoghi come schiavi del copione, si scrivono su carta — perché, si sa, scrivere fa miracoli — in modo che la prima e unica volta che li pronunci è davanti alla macchina da presa, così da essere genuino come un bambino alle prime armi. Ricordi, emozioni, inflessioni: tutto da azzerare per far nascere un’interpretazione fresca e, ovviamente, totalmente autentica. Ovviamente, ogni interazione prende una sfumatura diversa in base all’attore con cui si recita. Che novità, una variabile nelle recite!
Che errore non passare più tempo con la propria famiglia
Robert De Niro, in tutta la sua saggezza da veterano, ammette che alla tenera età di 19 anni ha commesso il “terribile” errore di non trascorrere abbastanza tempo con i suoi cari — un errore compiuto da milioni di ragazzi in tutto il mondo, ma che per lui si è risolto visitando l’Italia alla ricerca di parenti perduti. Un gesto romantico, senza dubbio, quasi da sceneggiatura hollywoodiana, ma anche un amarissimo rimpianto che, probabilmente, lo ha reso un attore ancora più profondo e tormentato.
Forse avrebbe potuto mettere questo nel suo curriculum di “mestiere dell’attore”: settimane passate a lottare con il senso di famiglia e radici europee. Una scelta da eroe romantico, non c’è dubbio, ma anche una lezione universale per tutti noi che magari, nel frattempo, abbiamo avuto grandi drammi solo perché abbiamo dimenticato di mettere il caricatore del telefono.
Insomma, il nostro caro De Niro ci insegna che la carriera di un attore di grido non è altro che una serie infinita di scelte drammatiche, rimpianti epici e interpretazioni che nascono dall’arte di dimenticare ciò che si è studiato. Un vero modello da seguire per chiunque voglia avanzare nel mondo dello spettacolo o, perché no, nella vita stessa.



