Ottant’anni di voto alle donne e ancora a chiedere altri cento anni per la parità: dovremo mica aspettare l’eternità per superare gli stereotipi?

Ottant’anni di voto alle donne e ancora a chiedere altri cento anni per la parità: dovremo mica aspettare l’eternità per superare gli stereotipi?

L’auspicio evocato sarebbe quello di “immaginare oltre gli stereotipi”, come se l’immaginazione fosse la bacchetta magica per sprigionare un cambiamento sistemico. Ma nel frattempo, le aziende, le istituzioni e la società continuano imperterrite a promuovere e rinforzare quei ruoli di genere che vorrebbero invece estinguere. Ma sì, facciamo finta che basti parlarne per ottenere equità.

Oggi, al solito prestigioso Museo Ninfeo di Roma, si è consumato l’ennesimo rituale commemorativo: “80 anni dal voto alle donne. Altri 130 per la parità di genere? Immaginare oltre gli stereotipi”. Un evento sponsorizzato da Unindustria, nell’ambizioso contesto di un roadshow nazionale battezzato STEAMiamoci. Perché, si sa, ricordare un diritto fondamentale serve soprattutto a scaldare la pancia dei presenti, mentre si sogna di superare quei maledetti stereotipi — come se bastasse dire “Immaginare” per cambiare davvero.

Sei decenni passati da quando alle donne è stato concesso di esprimere un voto, eppure qui si discute ancora se ci vorranno 130 anni per raggiungere una vera parità. Perché, ovviamente, la storia non insegna, ma soprattutto, la politica e l’industria sembrano essere fan sfegatati della lentezza biblica. Da queste parti trasformare la memoria in un “motore di cambiamento” sembra un’idea tanto rivoluzionaria quanto il far bollire l’acqua o accendere la luce.

Unindustria e STEAMiamoci: la svolta che non arriva

Unindustria, rappresentata come paladina del progresso, ci invita a un percorso di riflessione all’interno di un roadshow chiamato STEAMiamoci. Ecco la novità: combinare scienza, tecnologia, ingegneria, arti e matematica per far “esplodere” gli stereotipi di genere. Sì, perché evidentemente la soluzione è tutta concentrata in un acronimo ben studiato. Peccato che, nella pratica, si continuino a osservare i medesimi cliché da un secolo. Ci aspettiamo che questa lenta rivoluzione avvenga, forse, un giorno, in un futuro prossimo — ovvero molto lontano.

Naturalmente, il roadshow si nutre di incontri celebrativi, convegni e chiacchiere motivazionali, adatti soprattutto a riempire le pagine dei social e dei comunicati stampa. Nel frattempo, la realtà del mondo del lavoro rimane rigidamente segregata da barriere invisibili ma implacabili, primo fra tutti il divario salariale e le infinte porte chiuse alla leadership femminile.

Il paradosso dell’immobilismo celebrativo

Il vero spettacolo comico è la doppia faccia di queste manifestazioni: da un lato si celebra il voto alle donne come una pietra miliare del progresso civile; dall’altro, si ammette candidamente che per la parità vera serviranno altri 130 anni. Un po’ come festeggiare il compleanno di qualcuno con una torta avvelenata. Una dichiarazione di intenti che suona più come una condanna morale e politica a restare fermi, imbalsamati in un eterno rimbrottare senza conseguenze.

L’auspicio evocato sarebbe quello di “immaginare oltre gli stereotipi”, come se l’immaginazione fosse la bacchetta magica per sprigionare un cambiamento sistemico. Ma nel frattempo, le aziende, le istituzioni e la società continuano imperterrite a promuovere e rinforzare quei ruoli di genere che vorrebbero invece estinguere. Ma sì, facciamo finta che basti parlarne per ottenere equità.

Una marcia molto, molto indietro

Non è forse ironico che nel 2026, nell’era della tecnologia e dei progressi sociali annunciati come irreversibili, la prevenzione delle disparità di genere sia ancora ridotta a un dibattito nostalgico e un programma fatto di slide e hashtag? Ricordare le conquiste del passato mentre si concede alla stagnazione del presente l’ennesimo giro di giostra ha il sapore amaro di un déjà-vu senza fine.

Eppure, chi indossa il cappello di esperto o organizzatore si mette in posa per spiegare “come andare oltre gli stereotipi”, il che equivale a dire che per migliorare, basta volere con forza, senza alcuna reale azione concreta. Un disincanto che si traduce in quella classica pantomima dell’impegno, per nulla dissimile dall’occuparsi di una faccenda urgente… domani, o mai.

In definitiva, questi incontri servono più a dimostrare quanto ci piaccia soffermarci sulle parole e sui numeri, piuttosto che affrontare i problemi con la scure della realtà. L’Italia, tra una celebrazione e l’altra, fa così sfoggio di un machiavellismo disarmante, mettendo in scena la solita pellicola del cambiamento che non cambia.

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