Che bel quadretto: la procura di Roma vuole mettere le mani sulle chiacchierate tra il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro e il sempre discreto prestanome del clan, Mauro Caroccia. Le conversazioni fanno parte di un’indagine che definire “molto simpatica” sarebbe un eufemismo: si parla di riciclaggio di soldi da parte del clan Senese. Ovviamente, tutto sta ora alla gloriosa giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera che dovrà scegliere se far partire il gran ballo o meno.
Al centro di questa sceneggiatura da noir economico c’è la società a responsabilità limitata “Le 5 forchette”: un nome che fa tanto ristorante chic, giusto? Infatti, la società è stata fondata dall’ex sottosegretario alla Giustizia, che a quanto pare ha delle particolarità nel mondo degli affari, insieme ad alcuni compagni di partito piemontesi e, ciliegina sulla torta, Miriam Caroccia, figlia di Mauro. Prime regole del gioco: controllano un elegantissimo locale periferico, la “Bisteccheria d’Italia”, con una quarantina di posti – ideale per celare grandi operazioni di riciclaggio a quanto pare.
Nel film degli inquirenti, Mauro Caroccia, condannato e radiato dai salotti buoni per la sua amicizia con i boss, gioca la parte del prestanome perfetto: per eludere le noiose leggi sulla prevenzione patrimoniale e facilitare il riciclaggio, il nostro eroe ha avuto la brillante idea di infilare il 50% delle quote della società di proprietà del ristorante nelle tasche della figlia. Secondo il copione giudiziario, un’alchimia da manuale di finanza criminale.
Nel mentre, la questione sulla contabilità sembra diventare un passatempo rischioso. Il povero assessore Paraggio, gravato dai suoi mille impegni, ha deciso di sfilar la mano e dichiarare che non è più il commercialista dei Caroccia. Che sollievo, d’altronde, nessuno dovrebbe avere responsabilità giudiziarie soltanto per fare il proprio lavoro, vero?
I due protagonisti della vicenda mafiosa, Miriam e Mauro Caroccia (lui comodamente detenuto a Viterbo da qualche mese per i suoi legami ben poco raccomandabili), sono ufficialmente indagati per riciclaggio e intestazione fittizia aggravata proprio dall’aiutare un’associazione mafiosa. Fantastico, se si pensa che tramite la società hanno tentato di rafforzare sul campo la posizione del clan, investendo i profitti illeciti, insomma, fare il boss 2.0 con stile economico.
Più curioso è l’intervento in commissariato di Delmastro, non indagato ma al centro delle attenzioni inquisitive, che ha pensato bene di raccontare la sua versione dei fatti con la semplicità di chi si è svegliato tardi sul set. La sua parola d’ordine? “Ignoranza”: non sapevo chi fosse Caroccia, non sapevo delle sue storie con il clan, zero. Non solo nessuno glielo avrebbe detto, ma appena ha avuto intuito qualcosa, si è fatto il favore di uscire di scena e vendere le proprie quote. Facile e pulito, come una scena di film da Oscar.
Adesso, i magistrati vogliono mettere il naso nel cellulare di Mauro Caroccia sr., sequestrato da mesi, per pescare finalmente i messaggi in chat con l’ex sottosegretario. Tra le chicche di questa indagine, spunta anche un gruppo WhatsApp molto esclusivo, descritto dalla moglie di Mauro, Barbara Tritoni, che avrebbe servito a discutere pacatamente di questioni fondamentali come la gestione del ristorante, le forniture e tutte quelle decisioni che fanno la felicità di chi cerca di mimetizzare attività criminali dietro un locale apparentemente normale.
Non basta, non è un semplice controllo sulle chat di WhatsApp: la lente degli investigatori si è posata pure sui conti correnti e sulle dichiarazioni dei redditi di Caroccia. Must della burocrazia criminale moderna, insomma. la curiosità cresce anche sulle circostanze della costituzione di “Le 5 forchette”. Già, perché l’ex sottosegretario ne aveva il 25% delle quote e i compagni piemontesi un altro 5%. Perché sembra che al momento della firma davanti al notaio, la giovane Miriam di appena diciotto anni possa non essere stata sola: magari papà Mauro era lì a dirigere il coro. Un perfetto copione per chi cerca di mascherare investimenti, dipendenti, acquisti fatti dalla società, chissà quali “delicatissime” strategie economiche dietro una forchetta difettosa.
Un’indagine che ha il sapore amaro della farsa
Insomma, un’inchiesta che sembra uscita da una sceneggiatura di serie B ma che ci regala preziosi quadretti di come il potere politico, la criminalità organizzata e le società di comodo si intreccino alla perfezione. Da un lato l’ex sottosegretario che si dissocia con l’ingenuità di chi non avrebbe nemmeno dovuto leggere la trama, dall’altro i Caroccia che girano le pedine su una scacchiera molto poco innocente. Tutto mentre gli investigatori cercano di far luce su dettagli che sembrano disegnare un mosaico da maestro del riciclaggio.
La politica e la mafia non sono mai così distanti come si vorrebbe credere, tanto che la ricercata trasparenza si infrange davanti al gioco di prestigio delle quote societarie, dei prestanome e dei silenzi compiacenti. Nel frattempo, gli italiani si consolano con il fatto che almeno la “Bisteccheria d’Italia” ha un menu niente male, anche se il prezzo da pagare è un’indagine da manuale di come NON fare politica e affari.



